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Giovanni Pascoli, morte, in italiano Rimuovi i filtri

TristeGiovanni Pascoli

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perchè tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perchè sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla. Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell’ombra, che attende, che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l’uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole, in dono...
SognanteGiovanni Pascoli

Ultimo sogno

Da un immoto fragor di carrïaggi ferrei, moventi verso l’infinito tra schiocchi acuti e fremiti selvaggi... un silenzio improvviso. Ero guarito. Era spirato il nembo del mio male in un alito. Un muovere di ciglia; e vidi la mia madre al capezzale: io la guardava senza meraviglia. Libero!... inerte sì, forse, quand’io le mani al petto sciogliere volessi: ma non volevo. Udivasi un fruscìo sottile, assiduo, quasi di cipressi; quasi d’un fiume che cercasse il mare inesistente, in un immenso piano: io ne seguiva il vano sussurrare, sempre lo stesso, sempre più lontano.
TristeGiovanni Pascoli

Placido

Io dissi a quel vecchio, «Dove?» Io cercava un fanciullo mio buono, smarrito: il mio Placido: mio! Cercavo quelli occhi (... un cipresso?) co’ quali chiedeva perdono di vivere, d’esserci anch’esso. Cercavo. Ero giunto. Era quello per certo il paese azzurrino suo: monti, una selva, un castello, poi monti: più su, San Marino. Nel chiuso (... una croce?) noi soli tre s’era: non c’era altro fiore che l’oro di due girasoli. Nel chiuso non c’era altra voce, rammento, che il cupo stridore d’un fuco ronzante a una croce;
ContemplativoGiovanni Pascoli

Novembre

Gemmea l’aria, il sole così chiaro che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, e del prunalbo l’odorino amaro senti nel cuore... Ma secco è il pruno, e le stecchite piante di nere trame segnano il sereno, e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno. Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.
ContemplativoGiovanni Pascoli

Nebbia

Nascondi le cose lontane, tu nebbia impalpabile e scialba, tu fumo che ancora rampolli, su l’alba, da’ lampi notturni e da’ crolli d’aeree frane! Nascondi le cose lontane, nascondimi quello ch’è morto! Ch’io veda soltanto la siepe dell’orto, la mura ch’ha piene le crepe di valerïane. Nascondi le cose lontane: le cose son ebbre di pianto! Ch’io veda i due peschi, i due meli, soltanto,
TristeGiovanni Pascoli

La quercia caduta

Dov’era l’ombra, or sè la quercia spande morta, nè più coi turbini tenzona. La gente dice: Or vedo: era pur grande! Pendono qua e là dalla corona i nidietti della primavera. Dice la gente: Or vedo: era pur buona! Ognuno loda, ognuno taglia. A sera ognuno col suo grave fascio va. Nell’aria, un pianto... d’una capinera che cerca il nido che non troverà.
SognanteGiovanni Pascoli

L'assiuolo

Dov’era la luna? chè il cielo notava in un’alba di perla, ed ergersi il mandorlo e il melo parevano a meglio vederla. Venivano soffi di lampi da un nero di nubi laggiù; veniva una voce dai campi: chiù... Le stelle lucevano rare tra mezzo alla nebbia di latte: sentivo il cullare del mare, sentivo un fru fru tra le fratte; sentivo nel cuore un sussulto, com’eco d’un grido che fu. Sonava lontano il singulto: chiù...
ContemplativoGiovanni Pascoli

Il cuore del cipresso

O cipresso, che solo e nero stacchi dal vitreo cielo, sopra lo sterpeto irto di cardi e stridulo di biacchi: in te sovente, al tempo delle more, odono i bimbi un pispillìo secreto, come d’un nido che ti sogni in cuore. L’ultima cova. Tu canti sommesso mentre s’allunga l’ombra taciturna nel tristo campo: quasi, ermo cipresso, ella ricerchi tra que’ bronchi un’urna. Più brevi i giorni, e l’ombra ogni dì meno s’indugia e cerca, irrequïeta, al sole; e il sole è freddo e pallido il sereno. L’ombra, ogni sera prima, entra nell’ombra; nell’ombra ove le stelle errano sole. E il rovo arrossa e con le spine ingombra