Un cipresso solitario si staglia nero contro il cielo vitreo, sopra uno sterpeto irto di cardi e stridulo di biacchi. Chi guarda lo interroga come una presenza viva: d’estate i bimbi sentono tra i rami un pispillìo segreto, come un nido sognato dentro il cuore dell’albero. Ora i giorni si accorciano, l’ombra cerca ogni sera più presto il buio, il rovo arrossa, le foglie cadono, la pioggia fischia e il libeccio ulula. Le domande «il tuo nido?», «il tuo cuore?», «il tuo sogno?» restano sospese: l’albero non risponde, sorge e rimane immobile come la Morte. Alla fine la neve muta copre la terra e lui resta un gigante nero nel bianco. Prevale un senso di attesa e di solitudine: il paesaggio si spegne, e quel nero resiste come una domanda senza risposta.
Il cuore del cipresso — Riassunto
O cipresso, che solo e nero stacchi dal vitreo cielo, sopra lo sterpeto irto di cardi e stridulo di biacchi:
in te sovente, al tempo delle more, odono i bimbi un pispillìo secreto, come d’un nido che ti sogni in cuore.
L’ultima cova. Tu canti sommesso mentre s’allunga l’ombra taciturna nel tristo campo: quasi, ermo cipresso, ella ricerchi tra que’ bronchi un’urna.
Più brevi i giorni, e l’ombra ogni dì meno s’indugia e cerca, irrequïeta, al sole; e il sole è freddo e pallido il sereno.
L’ombra, ogni sera prima, entra nell’ombra; nell’ombra ove le stelle errano sole. E il rovo arrossa e con le spine ingombra
tutti i sentieri, e cadono già roggie le foglie intorno (indifferente oscilla l’ermo cipresso), e già le prime pioggie fischiano, ed il libeccio ulula e squilla.
E il tuo nido? il tuo nido?... Ulula forte il vento e t’urta e ti percuote a lungo: tu sorgi, e resti; simile alla Morte.
E il tuo cuore? il tuo cuore?... Orrida trebbia l’acqua i miei vetri, e là ti vedo, lungo, di nebbia nera tra la grigia nebbia.
E il tuo sogno? La terra ecco scompare: la neve, muta a guisa del pensiero, cade. Tra il bianco e tacito franare tu stai, gigante immobilmente nero.