Il nido — Riassunto

Giovanni PascoliNachdenklich

Dal selvaggio rosaio scheletrito penzola un nido. Come, a primavera, ne prorompeva empiendo la riviera il cinguettìo del garrulo convito!

Or v’è sola una piuma, che all’invito del vento esita, palpita leggiera; qual sogno antico in anima severa, fuggente sempre e non ancor fuggito:

e già l’occhio dal cielo ora si toglie; dal cielo dove un ultimo concento salì raggiando e dileguò nell’aria;

e si figge alla terra, in cui le foglie putride stanno, mentre a onde il vento piange nella campagna solitaria.

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Chi parla osserva un nido abbandonato che pende da un rosaio spoglio e scheletrito. In primavera quel nido era colmo di vita e di cinguettii; ora ne resta solo una piuma che trema incerta al vento, come un ricordo antico che non se ne va del tutto. Lo sguardo sale al cielo, dove l’ultima armonia di suoni si è ormai dissolta, poi scende alla terra tra foglie marce, mentre il vento sembra piangere nella campagna solitaria.

Prevale una malinconia di vuoto e di fine: la vita passata è solo memoria, il presente è silenzio, immobilità e decadenza. La piuma esitante diventa il segno di una presenza fragile, un affetto o una speranza che resiste appena in un paesaggio desolato. Il nido, di solito riparo e calore, qui appare come un relitto di un tempo che non può tornare.

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