Guido Gozzano
Häufigste Stimmungen
Häufigste Themen
Gedichte
Parabola
Die ersten Gedichte im Volltext
Hier lesenWeniger Gedichte anzeigen
Il buon compagno
Non fu l’Amore, no. Furono i sensi curiosi di noi, nati pel culto del sogno.... E l’atto rapido, inconsulto ci parve fonte di misteri immensi.
Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi l’ultimo bacio e l’ultimo sussulto, non udii che quell’arido singulto di te, perduta nei capelli densi.
E fu vano accostare i nostri cuori già riarsi dal sogno e dal pensiero; Amor non lega troppo eguali tempre.
Scenda l’oblio; immuni da languori si prosegua più forti pel sentiero, buoni compagni ed alleati: sempre.
Il più atto
Adolescente forte, quadre le spalle e il busto, irride al mio tramonto con chiari occhi sereni; sdegna i pensieri torpidi, gli studi vani, i freni; tempra in cimenti rudi il bel corpo robusto.
Il ramo è che rallevi già sullo stesso fusto accanto al ramo spoglio, Morte che sopravvieni.... A lui vada la vita! A lui le rose, i beni, le donne ed i piaceri! Madre Natura è giusto.
Ed egli sia quell’uno felice ch’io non fui! Questa speranza sola m’addolcirà lo strazio del Nulla.... Sulle soglie del Tempo e dello Spazio è pur dolce conforto rivivere in altrui.
Senza querele, o Morte, discendo ai regni bui; di ciò che tu mi desti, o Vita, io ti ringrazio. Sorrido al mio fratello.... Poi, rassegnato e sazio, a lui cedo la coppa. E già mi sento lui.
In casa del sopravissuto
Dalle profondità dei cieli tetri scende la bella neve sonnolenta, tutte le cose ammanta come spetri; scende, risale, impetuosa, lenta, di su, di giù, di qua, di là, s’avventa alle finestre, tamburella i vetri....
Turbina densa in fiocchi di bambagia, imbianca i tetti ed i selciati lordi, piomba dai rami curvi, in blocchi sordi.... Nel caminetto crepita la bragia e l’anima del reduce s’adagia nella bianca tristezza dei ricordi.
Reduce dall’Amore e dalla Morte gli hanno mentito le due cose belle! Gli hanno mentito le due cose belle: Amore non lo volle in sua coorte, Morte l’illuse fino alle sue porte, ma ne respinse l’anima ribelle.
In braccio ha la compagna: Makakita; e Makakita trema freddolosa, stringe il poeta e guarda quella cosa di là dai vetri, guarda sbigottita quella cosa monotona infinita che tutto avvolge di bianchezza ondosa.
Forse essa pensa i boschi dove nacque, i tamarindi, i cocchi ed i banani, il fiume e le sorelle quadrumani, e il gioco favorito che le piacque, quando in catena pendula sull’acque stuzzicava le nari dei caimani.
Con la Mamma vicina e il cuore in pace, s’aggira, canticchiando un melodramma; sospira un po’.... Ravviva dalla brace il guizzo allegro della buona fiamma.... Canticchia. E tace con la cara Mamma; la cara Mamma sa quel che si tace.
Egli s’aggira. Toglie di sul pianoforte un ritratto: «Quest’effigie!... Mia?...» E fissa a lungo la fotografia di quel sè stesso già così lontano: «Sì, mi ricordo.... Frivolo.... mondano.... vent’anni appena.... Che malinconia!...
Mah! Come l’io trascorso è buffo e pazzo! Mah!...» - «Che sospiri amari! Che rammenti?» «Penso, mammina, che avrò tosto venti cinqu’anni! Invecchio! E ancora mi sollazzo coi versi! È tempo d’essere il ragazzo più serio, che vagheggiano i parenti.
Dilegua il sogno d’arte che m’accese; risano a poco a poco, anche di questo! Lungi dai letterati che detesto, tra saggie cure e temperate spese, sia la mia vita piccola e borghese: c’è in me la stoffa del borghese onesto....
Sogghigna un po’! Ricolloca sul pianoforte il ritratto «.... Quest’effigie! Mia?... E fissa a lungo la fotografia di quel sè stesso già così lontano. «Un po’ malato.... frivolo.... mondano.... Sì, mi ricordo.... Che malinconia!...»
L'assenza
Un bacio. Ed è lungi. Dispare giù in fondo, là dove si perde la strada boschiva che pare un gran corridoio nel verde.
Risalgo qui dove dianzi vestiva il bell’abito grigio: rivedo l’uncino, i romanzi ed ogni sottile vestigio....
Mi piego al balcone. Abbandono la gota sopra la ringhiera. E non sono triste. Non sono più triste. Ritorna stasera.
E intorno declina l’estate. E sopra un geranio vermiglio, fremendo le ali caudate si libra un enorme Papilio....
L’azzurro infinito del giorno è come una seta ben tesa; ma sulla serena distesa la luna già pensa al ritorno.
Lo stagno risplende. Si tace la rana. Ma guizza un bagliore d’acceso smeraldo, di brace azzurra: il martin pescatore....
E non sono triste. Ma sono stupito se guardo il giardino.... stupito di che? non mi sono sentito mai tanto bambino....
Stupito di che? Delle cose. I fiori mi paiono strani; ci sono pur sempre le rose, ci sono pur sempre i gerani....
La differenza
Penso e ripenso: — Che mai pensa l’oca gracidante alla riva del canale? Pare felice! Al vespero invernale protende il collo, giubilando roca.
Salta starnazza si rituffa gioca: nè certo sogna d’essere mortale nè certo sogna il prossimo Natale nè l’armi corruscanti della cuoca.
— O pàpera, mia candida sorella, tu insegni che la Morte non esiste: solo si muore da che s’è pensato.
Ma tu non pensi. La tua sorte è bella! Chè l’esser cucinato non è triste, triste è il pensare d’esser cucinato.
Salvezza
Vivere cinque ore? Vivere cinque età?... Benedetto il sopore che m’addormenterà....
Ho goduto il risveglio dell’anima leggiera: meglio dormire, meglio prima della mia sera.
Poi che non ha ritorno il riso mattutino. La bellezza del giorno è tutta nel mattino.
Speranza
Il gigantesco rovere abbattuto l’intero inverno giacque sulla zolla, mostrando, in cerchi, nelle sue midolla i centonovant’anni che ha vissuto.
Ma poi che Primavera ogni corolla dischiuse con le mani di velluto, dai monchi nodi qua e là rampolla e sogna ancora d’essere fronzuto.
Rampolla e sogna — immemore di scuri — l’eterna volta cerula e serena e gli ospiti canori e i frutti e l’ire
aquilonari e i secoli futuri... Non so perchè mi faccia tanta pena quel moribondo che non vuol morire!
Un rimorso
O il tetro Palazzo Madama... la sera... la folla che imbruna... Rivedo la povera cosa,
la povera cosa che m’ama: la tanto simile ad una piccola attrice famosa.
Ricordo. Sul labbro contratto la voce a pena s’udì: «O Guido! Che cosa t’ho fatto di male per farmi così?»
Sperando che fosse deserto varcammo l’androne, ma sotto le arcate sostavano coppie
d’amanti... Fuggimmo all’aperto: le cadde il bel manicotto adorno di mammole doppie.
O noto profumo disfatto di mammole e di petit-gris... «Ma Guido, che cosa t’ho fatto di male per farmi così?»
Il tempo che vince non vinca la voce con che mi rimordi, o bionda povera cosa!
Nell’occhio azzurro pervinca, nel piccolo corpo ricordi la piccola attrice famosa...
Alzò la veletta. S’udì (o misera tanto nell’atto!) ancora: «Che male t’ho fatto, o Guido, per farmi così?»
Varcammo di tra le rotaie la Piazza Castello, nel viso sferzati dal gelo più vivo.
Passavano giovani gaie... Avevo un cattivo sorriso: eppure non sono cattivo,
non sono cattivo, se qui mi piange nel cuore disfatto la voce: «Che male t’ho fatto, o Guido per farmi così?»
Biografie
Guido Gozzano (1883-1916) è stato un poeta italiano, nato e morto a Torino. Gozzano è considerato il principale esponente del crepuscolarismo, una corrente poetica che all'inizio del Novecento si contrappose alla retorica dannunziana proponendo toni dimessi e temi quotidiani. La sua produzione poetica comprende le raccolte 'La via del rifugio' (1907) e 'I colloqui' (1911), oltre a prose e novelle. I temi ricorrenti nella sua opera sono la malattia, la nostalgia per un passato irrecuperabile, l'attrazione per le piccole cose e per gli ambienti borghesi di provincia. Lo stile è caratterizzato da un'ironia malinconica, da un lessico semplice e da un'atmosfera di decadenza e rassegnazione. La sua poesia riflette un senso di inettitudine e di distacco dalla vita, spesso espressa attraverso oggetti comuni e situazioni marginali. Nonostante la brevità della sua vita, la sua opera ha esercitato un'influenza profonda sulla poesia italiana successiva, anticipando temi e modi della lirica novecentesca. Tra i suoi componimenti più noti si ricorda 'La signorina Felicita ovvero la felicità', un poemetto che esemplifica la sua poetica degli affetti semplici e della memoria. La sua figura è rimasta centrale nel canone della poesia italiana del primo Novecento.
