T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento
Giro de’ pazïenti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampïo e quïeto
Il divino del pian silenzio verde.
Apre l’uomo infelice, allor che nasce
In questa vita di miserie piena,
Pria ch’al sol, gli occhi al pianto; e nato appena
Va prigionier fra le tenaci fasce.
Fanciullo, poi che non più latte il pasce,
Sotto rigida sferza i giorni mena;
Indi in età più ferma e più serena
Tra fortuna ed amor muore e rinasce.
Quante poscia sostien, tristo e mendico,
Fatiche e morti, infin che curvo e lasso
Appoggia a debil legno il fianco antico!
Chiude alfin le sue spoglie angusto sasso,
Ratto così, che sospirando io dico:
‘ Dalla cuna alla tomba è un breve passo. ’
Lungi dal propio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? Dal faggio
Là dov’io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
Dove naturalmente
Va la foglia di rosa,
E la foglia d’alloro.