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Il bimbo guarda fra le dieci dita
la bella mela che vi tiene stretta;
e indugia — tanto è lucida e perfetta —
a dar coi denti quella gran ferita.
Ma dato il morso primo ecco s’affretta:
e quel che morde par cosa scipìta
per l’occhio intento al morso che l’aspetta...
E già la mela è per metà finita.
Il bimbo morde ancora — e ad ogni morso
sempre è lo sguardo che precede il dente —
fin che s’arresta al torso che già tocca.
«Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!»
Pensa il bambino... Le pupille intente
ogni piacere tolsero alla bocca.
Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,
pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori
sovente qualcuno che picchia, che picchia.... Sono i dottori.
Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni,
m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro.
E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli....
«Appena un lieve sussurro all’apice.... qui.... la clavicola....»
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.
«Nutrirsi.... non fare più versi... nessuna notte più insonne....
Sublime specchio di veraci detti,
Mostrami in corpo e in anima qual sono.
Capelli, or radi in fronte, e rossi pretti:
Lunga statura, e capo a terra prono:
Sottil persona in su due stinchi schietti:
Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;
Giusto naso, bel labbro, e denti eletti:
Pallido in volto più che un re sul trono:
Or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;
Irato sempre e non maligno mai;
La mente e il cor meco in perpetua lite:
Per lo più mesto, e talor lieto assai:
Or stimandomi Achille ed or Tersite.
Uom, se’ tu grande o vil? Muori, e il saprai.
Morte, che se’ tu mai? Primo dei danni
L’alma vile e la rea ti crede e teme;
E vendetta del ciel scendi ai tiranni,
Che il vigile tuo braccio incalza e preme.
Ma l'infelice, a cui de’ lunghi affanni
Grave è l’incarco, e morta in cuor la speme,
Quel ferro implora troncator degli anni,
E ride all’appressar dell’ore estreme.
Fra la polve di Marte e le vicende
Ti sfida il forte che ne’ rischi indura;
E il saggio senza impallidir ti attende.
Morte, che se’ tu dunque? Un’ombra oscura,
Un bene, un male, che diversa prende
Dagli affetti dell’uom forma e natura.
— Sorelle, venite a vedere!
— C’è il sole nell’orto, c’è il sole!
— È un povero sole che ha freddo, non senti?
— Che piange le sue primavere...
— Sole di convalescenti.
— Suor Anna sorride così.
— Che vi voglia raccontare
una fiaba d’oltre mare!
— È venuto a trovare
noi, povere sperdute,
e forse un malato lo aspetta
invano al limitare
della sua casa per la sua salute.
— È più bianco della mia cornetta...
— Sorelle, scendiamo nell’orto
prima che se ne vada.
Piccolo vecchio lebbroso,
tu sogni, le mani sul ventre,
nell’ombra della via suburbana
odorata di gelsomini,
sogni
che ti hanno incoronato re dei re!
È dunque la tua reggia
maravigliosa, questa che fiammeggia
come un rogo?
Sono tue queste logge sul mare?
E quei vascelli
d’oro?
Vengono a te
da favolosi reami
li omaggi stupendi?
E quel buffone gobbo,
Vivere cinque ore?
Vivere cinque età?...
Benedetto il sopore
che m’addormenterà....
Ho goduto il risveglio
dell’anima leggiera:
meglio dormire, meglio
prima della mia sera.
Poi che non ha ritorno
il riso mattutino.
La bellezza del giorno
è tutta nel mattino.
Penso e ripenso: — Che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.
Salta starnazza si rituffa gioca:
nè certo sogna d’essere mortale
nè certo sogna il prossimo Natale
nè l’armi corruscanti della cuoca.
— O pàpera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.
Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Chè l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d’esser cucinato.
Dalle profondità dei cieli tetri
scende la bella neve sonnolenta,
tutte le cose ammanta come spetri;
scende, risale, impetuosa, lenta,
di su, di giù, di qua, di là, s’avventa
alle finestre, tamburella i vetri....
Turbina densa in fiocchi di bambagia,
imbianca i tetti ed i selciati lordi,
piomba dai rami curvi, in blocchi sordi....
Nel caminetto crepita la bragia
e l’anima del reduce s’adagia
nella bianca tristezza dei ricordi.
Reduce dall’Amore e dalla Morte
gli hanno mentito le due cose belle!
Gli hanno mentito le due cose belle:
Amore non lo volle in sua coorte,
Adolescente forte, quadre le spalle e il busto,
irride al mio tramonto con chiari occhi sereni;
sdegna i pensieri torpidi, gli studi vani, i freni;
tempra in cimenti rudi il bel corpo robusto.
Il ramo è che rallevi già sullo stesso fusto
accanto al ramo spoglio, Morte che sopravvieni....
A lui vada la vita! A lui le rose, i beni,
le donne ed i piaceri! Madre Natura è giusto.
Ed egli sia quell’uno felice ch’io non fui!
Questa speranza sola m’addolcirà lo strazio
del Nulla.... Sulle soglie del Tempo e dello Spazio
è pur dolce conforto rivivere in altrui.
Senza querele, o Morte, discendo ai regni bui;
di ciò che tu mi desti, o Vita, io ti ringrazio.
Sorrido al mio fratello.... Poi, rassegnato e sazio,
Non fu l’Amore, no. Furono i sensi
curiosi di noi, nati pel culto
del sogno.... E l’atto rapido, inconsulto
ci parve fonte di misteri immensi.
Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi
l’ultimo bacio e l’ultimo sussulto,
non udii che quell’arido singulto
di te, perduta nei capelli densi.
E fu vano accostare i nostri cuori
già riarsi dal sogno e dal pensiero;
Amor non lega troppo eguali tempre.
Scenda l’oblio; immuni da languori
si prosegua più forti pel sentiero,
buoni compagni ed alleati: sempre.
Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.