Dino Campana non descrive Firenze come un fondale: la trasforma in uno spazio mentale. Il «giardino spettrale», il «lauro muto», le «verdi ghirlande» e la «terra autunnale» compongono una scena sospesa fra percezione e visione. L’io poetico si congeda da questo paesaggio con un’apostrofe, «Un ultimo saluto!», che non è soltanto un addio alla stagione: è un addio alle cose visibili, colte nell’attimo in cui stanno per dissolversi. Il sole è «morente», le aiole sono «insanguinate» dalla luce estrema, la vita lontana giunge «confusa di rumori» e grida con voce «rauca»: la natura appare come un corpo ferito dalla fine del giorno.
La costruzione del testo segue questo movimento di dissolvimento. Nella prima parte dominano suoni lontani e laceranti: la «fanfara / Che straziante sale», il gridare confuso della vita verso il sole. Poi subentra il silenzio: il fiume «spare / Ne le arene dorate» e le «bianche statue» stanno immobili «a capo i ponti / Volte». L’enjambement che isola «Volte» dà alle statue una torsione quasi inquietante, come se guardassero altrove, immobili eppure girate. A quel punto il mondo perde consistenza: «e le cose già non sono più.» La rima non è regolare, ma il componimento è tenuto insieme da echi sonori forti, come «muto/saluto», «sole/aiole», «coro/alloro», e da una tensione ritmica che spezza i versi per lasciare le immagini sospese.
Il lessico insiste su una doppia qualità: da un lato l’asprezza («aride pendici», «aspre arrossate», «rauchi», «straziante»), dall’altro l’immobilità sacrale («statue», «silenzio», «immortali», «coro»). Il lauro, simbolo poetico, è dapprima «muto»; più avanti ritorna come «aroma d’alloro acre languente», un profumo che unisce amarezza e languore, presenza sensuale e declino. La ripetizione «In aroma d’alloro, / In aroma d’alloro acre languente» ha un valore quasi rituale e prepara l’apparizione finale.
Dal fondo del silenzio sorge infatti «come un coro / Tenero e grandioso» una voce che sale verso il balcone dell’io. È una sinestesia: il silenzio diventa canto, il vuoto si popola. Allora, «tra le statue immortali nel tramonto», appare «Ella», figura femminile mai nominata, scritta con la maiuscola e collocata in posizione conclusiva: «Ella m’appar, presente.» Non è un ricordo, non è una fantasia: è una presenza. Il tramonto autunnale diventa così una soglia: le cose muoiono, il fiume si perde nelle arene dorate, ma proprio in quel dissolvimento si manifesta qualcosa che non passa.
La forza del componimento sta nel trasformare un paesaggio urbano riconoscibile — Firenze, i ponti, le statue, il fiume — in una visione interiore. Campana non descrive un tramonto: lo usa come porta. L’addio iniziale si rovescia in epifania finale. Per questo il testo non comunica soltanto malinconia: costruisce uno stato di coscienza in cui la fine e la presenza, il silenzio e il canto, il mortale e l’immortale coincidono per un istante. E quell’istante è affidato interamente alla musica dei versi, alla loro capacità di far svanire il mondo e di far apparire, sull’orlo del buio, una figura che resta.