Su un colle solitario, caro a Leopardi, una siepe impedisce allo sguardo di arrivare fino all’orizzonte. Proprio da quel limite nasce l’immaginazione: il poeta immagina spazi smisurati, silenzi sovrumani e una quiete profondissima, tanto vasti da sfiorare la paura. Poi il vento tra le piante riporta alla realtà: quel suono presente viene paragonato al silenzio infinito appena immaginato, e affiorano l’eterno, le stagioni morte e quella viva. Alla fine il pensiero si perde in quell’immensità, e il naufragio è dolce: non un’angoscia, ma un abbandono pieno di piacere. L’atmosfera è sospesa e raccolta; il limite diventa una porta verso l’illimitato e la solitudine si trasforma in quiete.
L'infinito — Riassunto
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, E questa siepe, che da tanta parte Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati Spazi di là da quella, e sovrumani Silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo; ove per poco Il cor non si spaura. E come il vento Odo stormir tra queste piante, io quello Infinito silenzio a questa voce Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, E le morte stagioni, e la presente E viva, e il suon di lei. Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio: E il naufragar m’è dolce in questo mare.