Dalla nascita alla morte, la vita appare come una catena di sofferenze. L’uomo, detto subito «infelice», apre gli occhi al pianto prima ancora che alla luce del sole e appena nato è già prigioniero nelle fasce. Da fanciullo subisce la sferza, da giovane è tormentato tra fortuna e amore; adulto e povero, sopporta fatiche e continue morti interiori, finché vecchio e curvo si appoggia a un debole bastone. Alla fine un sasso angusto chiude le sue spoglie. Il tono è amaro e desolato: ogni età è presentata come una prigionia o una pena, e il passaggio dalla culla alla tomba appare brevissimo. Il sospiro conclusivo non offre conforto, ma solo la constatazione che la vita è un rapido cammino di dolore.
Apre l'uomo infelice, allor che nasce — Riassunto
Apre l’uomo infelice, allor che nasce In questa vita di miserie piena, Pria ch’al sol, gli occhi al pianto; e nato appena Va prigionier fra le tenaci fasce. Fanciullo, poi che non più latte il pasce, Sotto rigida sferza i giorni mena; Indi in età più ferma e più serena Tra fortuna ed amor muore e rinasce. Quante poscia sostien, tristo e mendico, Fatiche e morti, infin che curvo e lasso Appoggia a debil legno il fianco antico! Chiude alfin le sue spoglie angusto sasso, Ratto così, che sospirando io dico: ‘ Dalla cuna alla tomba è un breve passo. ’