Il bolide — Riassunto

Giovanni PascoliContemplative

Tutto annerò. Brillava, in alto in alto, il cielo azzurro. In via con me non c’eri, in lontananza, se non tu, Rio Salto.

Io non t’udiva: udivo i cantonieri tuoi, le rane, gridar rauche l’arrivo d’acqua, sempre acqua, a maceri e poderi.

Ricordavo. A’ miei venti anni, mal vivo, pensai tramata anche per me la morte nel sangue. E, solo, a notte alta, venivo

per questa via, dove tra l’ombre smorte era il nemico, forse. Io lento lento passava, e il cuore dentro battea forte.

Ma colui non vedrebbe il mio spavento, sebben tremassi all’improvviso svolo d’una lucciola, a un sibilo di vento:

lento lento passavo: e il cuore a volo andava avanti. E che dunque? Uno schianto; e su la strada rantolerei, solo...

no, non solo! Lì presso è il camposanto, con la sua fioca lampada di vita. Accorrerebbe la mia madre in pianto.

Mi sfiorerebbe appena con le dita: le sue lagrime, come una rugiada nell’ombra, sentirei su la ferita.

Verranno gli altri, e me di su la strada porteranno con loro esili gridi a medicare nella lor contrada,

così soave! dove tu sorridi eternamente sopra il tuo giaciglio fatto di muschi e d’erbe, come i nidi!

Mentre pensavo, e già sentia, sul ciglio del fosso, nella siepe, oltre un filare di viti, dietro il grande olmo, un bisbiglio

truce, un lampo, uno scoppio... ecco scoppiare e brillare, cadere esser caduto, dall’infinito tremolìo stellare,

un globo d’oro, che si tuffò muto nelle campagne, come in nebbie vane, vano: ed illuminò nel suo minuto

siepi, solchi, capanne, e le fiumane erranti al buio, e gruppi di foreste, e bianchi ammassi di città lontane.

Gridai, rapito sopra me: Vedeste? Ma non v’era che il cielo alto e sereno. Non ombra d’uomo, non rumor di péste.

Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno di grandi stelle: il cielo, in cui sommerso mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell’Universo. Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella. E mi vidi quaggiù piccolo e sperso

errare, tra le stelle, in una stella.

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Il poeta cammina di notte lungo una strada di campagna e il buio gli risveglia una paura dei vent’anni: quella di morire da solo, colpito a sangue, con un nemico forse nascosto tra le ombre. In quel ricordo c’è anche una dolcezza: la madre accorrerebbe piangendo e gli sfiorerebbe la ferita. Mentre è ancora immerso in queste immagini, un bolide squarcia il cielo: un globo d’oro che per un istante illumina siepi, solchi, capanne e città lontane, poi svanisce nel silenzio. Il grido del poeta resta senza risposta: non c’è nessuno, solo il cielo pieno di stelle. Allora la Terra gli appare come una stella tra le altre, e lui si vede piccolo e sperduto, errante nell’Universo. La poesia crea un’atmosfera sospesa tra angoscia intima, memoria affettuosa e vertigine cosmica.

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