La voce che parla rievoca un paesaggio estivo con precisione sensoriale: il frinire insistente delle cicale, il maestrale che scuote le foglie accartocciate, il sole che scende tra gli olmi in fasce polverose, due nuvole tenui nel cielo turchino, siepi di melograno, tamerici, il battito lontano di una trebbiatrice e il suono argentino dell’angelus. È un mondo caldo, familiare, quasi sospeso in un’atmosfera di sogno.
La domanda «dov’ero?» spezza quell’incanto. Le campane, con un suono che pare piangere, gli rivelano che quel paesaggio non è il luogo in cui si trova ora: lui è altrove, un forestiero che cammina a capo chino mentre un cane abbaia al suo passaggio. La scena si carica così di nostalgia e solitudine: la patria è un ricordo dolce ma irraggiungibile, e il presente è fatto di estraneità. Il titolo diventa allora una parola dolorosa.