Chi parla racconta il passaggio da un frastuono ossessivo — carri e treni che corrono verso l’infinito — a un silenzio improvviso. Il male si scioglie in un respiro, e accanto al letto appare la madre; il malato la guarda senza stupore, come se quel volto fosse atteso da sempre. Si sente libero, anche se il corpo resta inerte e le mani non vogliono sciogliersi dal petto. Resta solo un fruscio sottile, simile a cipressi o a un fiume che cerca un mare inesistente in una pianura sconfinata: un suono vano che si allontana, sempre uguale. L’atmosfera è sospesa tra guarigione e congedo, dolce e funerea, come un sogno in cui la fine coincide con la quiete.
Ultimo sogno — Riassunto
Da un immoto fragor di carrïaggi ferrei, moventi verso l’infinito tra schiocchi acuti e fremiti selvaggi... un silenzio improvviso. Ero guarito.
Era spirato il nembo del mio male in un alito. Un muovere di ciglia; e vidi la mia madre al capezzale: io la guardava senza meraviglia.
Libero!... inerte sì, forse, quand’io le mani al petto sciogliere volessi: ma non volevo. Udivasi un fruscìo sottile, assiduo, quasi di cipressi;
quasi d’un fiume che cercasse il mare inesistente, in un immenso piano: io ne seguiva il vano sussurrare, sempre lo stesso, sempre più lontano.