Sergio Corazzini

Sergio Corazzini fu un poeta italiano nato a Roma nel 1886 e morto nel 1907. È annoverato tra i principali esponenti del crepuscolarismo, con una poesia caratterizzata da toni sommessi e temi come la malattia, la solitudine e il senso di fine. Biografia ↓Altro ↓

Poesie

Le prime poesie per intero

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Dolcezze

Il mio cuore è una rossa macchia di sangue dove io bagno senza possa la penna, a dolci prove

eternamente mossa. E la penna si muove e la carta s’arrossa sempre a passioni nove.

Giorno verrà: lo so che questo sangue ardente a un tratto mancherà,

che la mia penna avrà uno schianto stridente... ... e allora morirò.

Elemosina del sonno

Piccolo vecchio lebbroso, tu sogni, le mani sul ventre, nell’ombra della via suburbana odorata di gelsomini, sogni che ti hanno incoronato re dei re!

È dunque la tua reggia maravigliosa, questa che fiammeggia come un rogo? Sono tue queste logge sul mare? E quei vascelli d’oro? Vengono a te da favolosi reami li omaggi stupendi?

E quel buffone gobbo, vestito di campanelli d’argento, narra a te un’originale storia sentimentale per farti sghignazzare a tradimento?

Piccolo vecchio lebbroso, non sorridere così! L’alba grida da un’ora per la via, Destati! Non vedi che taluno s’è fermato a guardare quel tuo sorriso muto d’idiota, mentre tu seguiti a sognare, le mani sul ventre, quella tua grande felicità ignota?

Il cuore e la pioggia

O mia piccola dolce casa, vergine rossa c’hai vergogna e ti celi in un manto di foglie qua e là strappato, ancora nell’occhio si raccoglie un pianto triste e il cuore prova una fredda scossa

s’avvenga che ripensi le tue diserte soglie il tuo muto giardino, la terra non rimossa da tempo grande, come la terra d’una fossa, la fossa ch’ogni mia dolce speranza accoglie.

Piccola casa rossa che il molle abbraccio tenta del fiorito viale con mille incantamenti, nell’ora triste in cui mi parve uscir di vita,

non io rossa ti vidi, ma come se una lenta lagrima assai t’avesse corse le guancie ardenti, mi sembrasti d’immenso dolore impallidita.

Il sentiero

Dolce mio bene, dov'eri? Ho chiamato per tutt'i sentieri

e portavo una ghirlandella per te, mia triste sorella;

ma tu non c'eri, ma tu non venivi. E i fiori si facean men vivi.

E taluno cadeva per via a morirsene di nostalgia,

in fin che le mie mani pure non strinsero che rame oscure.

Oh, dolce mio bene, dov'eri? Ho chiamato per tutti i sentieri,

ho battuto a tutte le porte... ma dov'eri tu, dunque, sperduto?

-Oh? ma se non sei venuto pe' 'l sentiero della morte!

Per organo di Barberia

Elemosina triste di vecchie arie sperdute vanità di un’offerta che nessuno raccoglie! Primavera di foglie in una via deserta! Poveri ritornelli che passano e ripassano e sono come uccelli di un cielo musicale! Ariette d’ospedale che ci sembra domandino un’eco in elemosina!

Vedi: nessuno ascolta. Sfogli la tua tristezza monotona davanti alla piccola casa provinciale che dorme; singhiozzi quel tuo brindisi folle di agonizzanti una seconda volta, ritorni su’ tuoi pianti ostinati di povero fanciullo incontentato, e nessuno ti ascolta.

Sonata in bianco minore

— Sorelle, venite a vedere! — C’è il sole nell’orto, c’è il sole! — È un povero sole che ha freddo, non senti? — Che piange le sue primavere... — Sole di convalescenti. — Suor Anna sorride così. — Che vi voglia raccontare una fiaba d’oltre mare! — È venuto a trovare noi, povere sperdute, e forse un malato lo aspetta invano al limitare della sua casa per la sua salute. — È più bianco della mia cornetta... — Sorelle, scendiamo nell’orto prima che se ne vada.

— Sorelle, pregatelo a mani giunte che torni domani! — Che torni, per poco, che torni, però, tutti i giorni! — Perchè non dovrebbe venire? Noi stiamo per morire. — Comunichiamocene, sorelle, prima che vengano le stelle. — Noi non abbiamo che Gesù, Maria e niente più. — Un po’ d’acqua nella scodella e un po’ di sole nella cella. — Io mi farò una ghirlandetta per i miei poveri capelli. — Io, sorella benedetta, avrò il miglio per gli uccelli.

— Oh, Sorelle, e, se non torna, che faremo? — Se non torna, aspetteremo. — Come è gelido il convento. — È più gelido il mio cuore. — Oh, Sorelle, invece, io sento tutto il sole nel mio cuore. — Stelle in cielo e vele in mare, tante vele e tante stelle... — Accendiamo le candele sull’altare. — Ricordiamoci, sorelle, che siamo mortali. — Regina sine labe originali... — Che faremo, se non torna? — Se non torna più, morremo.

Toblack

I

...E giovinezze erranti per le vie piene di un grande sole malinconico, portoni semichiusi, davanzali deserti, qualche piccola fontana che piange un pianto eternamente uguale al passare di ogni funerale, un cimitero immenso, un’infinita messe di croci e di corone, un lento angoscioso rintocco di campana a morto, sempre, tutti i giorni, tutte le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno di speranza e di consolazione, un cielo aperto, buono come un occhio di madre che rincuora e benedice.

II

Le speranze perdute, le preghiere vane, l’audacie folli, i sogni infranti, le inutili parole de gli amanti illusi, le impossibili chimere,

e tutte le defunte primavere, gl’ideali mortali, i grandi pianti de gli ignoti, le anime sognanti che hanno sete, ma non sanno bere,

e quanto v’ha Toblack d’irraggiungibile e di perduto è in questa tua divina terra, è in questo tuo sole inestinguibile,

è nelle tue terribili campane, è nelle tue monotone fontane, Vita che piange, Morte che cammina.

III

Ospedal tetro, buona penitenza per i fratelli misericordiosi cui ben fece di sé Morte pensosi nella quotidiana esperienza,

anche se dal tuo cielo piova, senza tregua, dietro i vetri lacrimosi tiene i lividi tuoi tubercolosi un desiderio di convalescenza.

Sempre, così finché verrà la bara, quietamente, con il crocefisso a prenderli nell’ultima corsia.

A uno a uno Morte li prepara, e tutti vanno verso il tetro abisso, lungo, Speranza! la tua dolce via!

IV

Anima, quale mano pietosa accese questa sera i tuoi fanali malinconici, lungo gli spedali ove la morte miete senza posa?

Vidi lungo la via della Certosa passare funerali e funerali; disperata etisia degli Ideali anelanti la cima gloriosa!

Ora tutto è quieto: nelle bare stanno i giovini morti senza sole, arde in corona la pietà de’ ceri.

Anima, vano è questo lacrimare, vani i sospiri, vane le parole su quanto ancora in te viveva ieri.

Biografia

Sergio Corazzini nacque a Roma nel 1886 e vi morì nel 1907 di tubercolosi. Esordì con le raccolte poetiche 'Dolcezze', 'L'amaro calice' e 'Le aureole'. La sua produzione successiva comprende 'Piccolo libro inutile' e 'Libro per la sera della domenica'. La sua poesia è associata al crepuscolarismo, movimento che si distaccò dalla retorica dannunziana e dalla figura del poeta-vate. I suoi versi privilegiano immagini dimesse, oggetti quotidiani, atmosfere di ospedale, conventi abbandonati e giardini malinconici. Temi ricorrenti sono la malattia, la solitudine, la noia e l'attesa della morte, espressi con un linguaggio semplice e musicale. Corazzini rifiuta ogni atteggiamento profetico e adotta un tono confidenziale e dimesso. Nonostante la brevità della sua esistenza, la sua opera è considerata rappresentativa della sensibilità crepuscolare italiana di inizio Novecento. Le sue poesie, spesso brevi e frammentarie, anticipano per certi aspetti modi espressivi del Novecento.

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