Un dialogo brevissimo apre la lirica: una voce chiede a una foglia staccata dal ramo dove stia andando, e la foglia risponde raccontando la propria sorte. Già nei primi versi, «Lungi dal propio ramo, / povera foglia frale», il distacco è presentato come condizione di fragilità e solitudine. L’aggettivo «frale» condensa debolezza e precarietà; «povera» non indica solo miseria, ma una creatura che merita compassione. La foglia non parte per volontà propria: è il vento ad averla divisa dal faggio dov’è nata, e quel vento continua a trasportarla «a volo» dal bosco alla campagna, dalla valle alla montagna. Il faggio è un albero umile, senza lo splendore simbolico dell’alloro: proprio per questo la foglia appare rappresentativa di ogni creatura fragile.
Il movimento è tutto esteriore: la foglia non sceglie. Le sequenze «dal bosco alla campagna» e «dalla valle alla montagna» accostano luoghi opposti e lontani, come a dire che il suo vagare non segue una rotta ma subisce una forza. Eppure questo errare non viene descritto solo come sventura. «Seco perpetuamente / vo pellegrina» introduce una parola decisiva: «pellegrina». Il pellegrino di solito ha una meta, un santuario; qui invece il viaggio è senza arrivo, un andare continuo. La foglia aggiunge «e tutto l’altro ignoro»: conosce solo il vento, non il senso del percorso. È un modo per dire che la vita individuale è spesso cieca rispetto al disegno che la trascina.
Proprio qui il testo cambia tono. Dopo l’ignoranza, arriva una specie di certezza: «Vo dove ogni altra cosa, / dove naturalmente / va la foglia di rosa, / e la foglia d’alloro». La foglia fragile del faggio si paragona alle foglie nobili della rosa e dell’alloro: il destino è lo stesso per tutte. L’avverbio «naturalmente» è centrale: non si tratta di una punizione né di un capriccio, ma di una legge naturale. L’io lirico, attraverso la foglia, sembra trovare una consolazione amara: se anche la rosa e l’alloro cadono, allora la propria sorte non è un’eccezione, ma parte di un ordine.
La costruzione musicale accompagna questo senso. Il testo alterna versi brevi, per lo più settenari, a qualche endecasillabo, creando un ritmo leggero che imita il volo incerto della foglia. La consonante v ritorna in «vento», «volo», «valle», «vo», «va», come una corrente sonora che sembra spingere la foglia da una parola all’altra. Le rime non sono rigide: «campagna» risponde a «montagna», «cosa» a «rosa», «naturalmente» riprende «perpetuamente», «alloro» chiude con «ignoro». Queste corrispondenze non legano solo i suoni, ma anche i significati: il movimento continuo («perpetuamente») si accorda con la necessità naturale («naturalmente»); la sapienza dell’alloro, simbolo della poesia e della gloria, finisce nella stessa rima con l’ignoranza della foglia. Così la forma dice ciò che il contenuto afferma: anche le distinzioni più nobili si sciolgono in una sorte comune.
Il titolo «Iimitazione» non va inteso come puro esercizio di stile: indica che il poeta riprende un motivo già esistente e lo rifà proprio, concentrandolo in pochi versi. L’immagine della foglia diventa figura del vivere umano: fragili, mossi da forze che non controlliamo, diretti verso una fine che accomuna ogni cosa. Non c’è protesta, né disperazione: c’è un’accettazione pensosa, resa lieve dal ritmo e dalla naturalezza delle immagini. Per questo la piccola lirica è intensamente leopardiana: parte da un dato concreto e quasi minimo, una foglia portata dal vento, e arriva a guardare la condizione universale.