Giosuè Carducci si rivolge direttamente al bove con affetto: lo chiama “pio” e confessa che la sua vista gli infonde un sentimento mite di vigore e di pace. L’animale appare in due atteggiamenti: immobile e solenne come un monumento mentre osserva i campi, oppure chino sotto il giogo mentre asseconda con pazienza il lavoro dell’uomo. Il poeta insiste sulla serenità del bove: risponde con lo sguardo lento e paziente, il respiro esce fumante dalle narici e il muggito si perde nell’aria serena come un inno lieto. Nell’ultima terzina lo sguardo dell’animale diventa uno specchio in cui si riflette la pace del paesaggio, il “divino silenzio verde” del piano. Domina un’atmosfera di calma solenne, quasi sacrale, e il bove appare come un simbolo rassicurante di forza tranquilla e di armonia con la terra.
Il bove — Riassunto
T’amo, o pio bove; e mite un sentimento Di vigore e di pace al cor m’infondi, O che solenne come un monumento Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento L’agil opra de l’uom grave secondi: Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento Giro de’ pazïenti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera Dolcezza si rispecchia ampïo e quïeto Il divino del pian silenzio verde.