Il cane — Analisi della poesia

Giovanni PascoliContemplativo

Noi, mentre il mondo va per la sua strada, noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno, e perchè vada, e perchè lento vada.

Tal, quando passa il grave carro avanti del casolare, che il rozzon normanno stampa il suolo con zoccoli sonanti,

sbuca il can dalla fratta, come il vento; lo precorre, rincorre; uggiola, abbaia. Il carro è dilungato lento lento; il cane torna sternutando all’aia.

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Un carro che passa, un cane che gli si scaglia dietro. Pascoli parte però da un «Noi»: il primo verso mette subito in opposizione il mondo, che «va per la sua strada», e un soggetto collettivo che «si rode». Il pronome è isolato da una virgola, come se l’uomo osservasse il mondo da fuori; il verbo «rodiamo» ha un morso fisico, da roditore, e contrasta con l’andatura regolare delle cose. L’affanno è dichiarato «doppio»: soffriamo perché il mondo vada, e perché vada «lento». In questa contraddizione sta il nucleo del componimento: l’inquietudine umana non è mai contenta del ritmo degli eventi, vuole insieme inseguirli e rallentarli, e intanto si consuma da sé. La simmetria dei due «perché» rende ossessiva questa doppia ansia.

Poi arriva il paragone. «Tal, quando passa il grave carro avanti / del casolare...» Il carro è pesante, trainato da un «rozzon normanno» che «stampa il suolo con zoccoli sonanti»: un’immagine insieme visiva e uditiva, fatta di suoni duri, di colpi che scandiscono un tempo lento e inesorabile. Da una «fratta», un riparo umile, sbuca il cane «come il vento»; i verbi si accavallano senza congiunzioni, «precorre, rincorre; uggiola, abbaia», a imitare lo slancio frenetico dell’animale. L’energia è tutta in quella serie di azioni brevi: vedere il carro, lanciarsi, superarlo, tornare indietro, latrare. Ma il carro non cambia andatura: «è dilungato lento lento». La ripetizione distende il ritmo, rallenta il verso, rende quasi visibile la distanza che aumenta senza fretta.

Il finale è una doccia fredda: «il cane torna sternutando all’aia». Dopo tanto rumore, restano uno starnuto e un ritorno al cortile. «Sternutando» è la parola chiave: bassa, corporea, leggermente comica. Il gerundio prolunga il gesto nel tempo, ma è un tempo senza direzione; smonta la tensione accumulata e riporta la scena alla vita di ogni giorno. L’aia non è un luogo eroico, è il centro del lavoro contadino. Il cane ha abbaiato, ha corso, si è agitato, ma il carro è andato per la sua strada, come il mondo del primo verso. La rima «abbaia : aia» unisce il latrato al luogo di ritorno, come se il rumore fosse già destinato a riassorbirsi nello spazio familiare. L’ansia si esaurisce in un gesto involontario e un po’ ridicolo; eppure quello starnuto dice più di un lamento, perché mostra che la corsa, per quanto furiosa, non lascia traccia.

La costruzione accompagna questo doppio movimento. Le prime due terzine hanno rime ABA e CBC, quasi a collegare la riflessione al quadretto campestre; la quartina finale passa a una rima alternata DEDE. I versi sono piani e di andamento disteso, con enjambement come «grave carro avanti / del casolare» o «rozzon normanno / stampa il suolo» che danno corpo alla pesantezza del carro. Le allitterazioni aspre di «rozzon normanno» e «zoccoli sonanti» contrastano con lo slancio del «vento» e con i suoni aperti di «uggiola, abbaia». Pascoli non spiega il paragone oltre il «Tal»: lo lascia agire, e l’ironia nasce dal fatto che ci riconosciamo in quel cane che starnutisce.

Il componimento è significativo perché trasforma un episodio minimo in un emblema dell’inquietudine esistenziale. Il mondo va «per la sua strada», con i suoi zoccoli sonanti e il suo passo lento, mentre il soggetto si affanna a corrergli intorno. La contraddizione del «doppio affanno» — volere che le cose vadano e insieme che rallentino — è resa con precisione psicologica, ma senza prediche: bastano un cane, un carro, uno starnuto. Questa è la forza di Pascoli: cogliere nelle piccole creature e nei rumori familiari una verità sul vivere, con una musica che ne trattiene il senso.

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