Il mondo va avanti per la sua strada, eppure «noi» ci rodiamo dentro, presi da un’ansia doppia e contraddittoria: vorremmo che le cose passassero, ma anche che andassero più lente. A questo tormento interiore Pascoli accosta l’immagine di un cane che, quando il pesante carro del casolare avanza con i suoi zoccoli sonanti, sbuca dalla siepe come il vento, lo rincorre, uggiola e abbaia. Il carro però non si ferma né cambia andatura: si allontana piano piano, e il cane torna starnutendo all’aia.
Il paragone crea un tono ironico e insieme malinconico: l’agitazione del cane è rumorosa ma del tutto vana, proprio come tante nostre smanie davanti al passare del mondo e del tempo. Alla fine resta solo un movimento affannoso che si spegne in un gesto quasi comico, lo sternuto, come eco della nostra impotenza.