Un salotto con il caminetto acceso, la madre, una scimmia che trema, una fotografia sul pianoforte: Guido Gozzano mette in scena la stanza di un reduce, ma non di una guerra. Il protagonista è reduce dall’Amore e dalla Morte, due “cose belle” che gli hanno mentito: l’una non lo ha voluto, l’altra lo ha illuso fino alla soglia e poi ne ha respinto “l’anima ribelle”. Sopravvivere, qui, non è un trionfo, ma una condizione dimessa e ironica, sospesa tra due assoluti falliti. La vita che resta si rifugia nel tepore domestico, nel quotidiano, e proprio lì si consuma una piccola recita di rinuncia e malinconia.
La costruzione accompagna questo abbassamento. Le dieci sestine alternano rime ravvicinate e musicali, con effetti fonici che rendono il paesaggio sensibile: la neve scende “sonnolenta”, ammanta le cose “come spetri”, poi “s’avventa alle finestre, tamburella i vetri”. Il lessico toglie solennità alla neve trasformandola in “fiocchi di bambagia” che imbianca “i selciati lordi”, mentre dentro “crepita la bragia”. Questo contrasto tra il bianco esterno, bianchezza che sa di morte, e la fiamma domestica prepara la posizione del protagonista: un’anima che si adagia “nella bianca tristezza dei ricordi”. Il bianco non è purezza assoluta ma stasi, coperta, silenzio.
In quella stanza compare Makakita, la scimmia compagna. Trema, si stringe al poeta e guarda oltre i vetri “sbigottita” una “cosa monotona infinita che tutto avvolge di bianchezza ondosa”. La neve, vista con i suoi occhi, perde nome e diventa pura cosa estranea. La sua nostalgia per i “tamarindi, i cocchi ed i banani”, per le “sorelle quadrumani” e per il gioco con i caimani introduce un paesaggio esotico e caldo che stride con il salotto. Makakita è una figura di spaesamento: anche lei è una sopravvissuta al suo mondo, rannicchiata accanto al reduce. Il suo ricordo non è idilliaco, ma infantile e libero, e rende più stretta la cornice borghese.
La scena della fotografia è il centro ironico del componimento. Il protagonista toglie dal pianoforte un ritratto e chiede “Quest’effigie!... Mia?...”; fissa “quel sé stesso già così lontano”, come se l’immagine appartenesse a un altro. Lo giudica “frivolo”, “mondano”, poi aggiunge “un po’ malato”. Alla madre che lo interroga risponde con un proposito di ravvedimento: a venticinque anni è tempo di diventare “il ragazzo più serio”, di far dileguare “il sogno d’arte”, di vivere “tra saggie cure e temperate spese” una “vita piccola e borghese”. Ma il “Sogghigna un po’!” che introduce la ripresa finale svela la messinscena: la rinuncia alla poesia è detta in versi, la serietà borghese è recitata con consapevolezza. Il ritornello “Che malinconia!” ripetuto non chiude un dramma, ma lo alleggerisce in un sospiro.
La forza del testo sta in questa autoironia. L’io non si presenta come poeta vate, né come eroe tragico: è un sopravvissuto che canticchia, sospira, si guarda in fotografia e cova la cenere. La poesia nasce dalla resa, dal rifiuto di ogni retorica sublime, e proprio in questo è pienamente moderna. L’interno borghese, la scimmia, la mamma che “sa quel che si tace” diventano correlativi di una malinconia discreta. Il reduce non ha più Amore né Morte, ma ha ancora la parola: e la usa per dire la propria inconsistenza, con un sorriso amaro che non si prende sul serio.