Sublime specchio di veraci detti — Analisi della poesia

Vittorio AlfieriContemplativo

Sublime specchio di veraci detti, Mostrami in corpo e in anima qual sono. Capelli, or radi in fronte, e rossi pretti: Lunga statura, e capo a terra prono: Sottil persona in su due stinchi schietti: Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono; Giusto naso, bel labbro, e denti eletti: Pallido in volto più che un re sul trono: Or duro, acerbo, ora pieghevol, mite; Irato sempre e non maligno mai; La mente e il cor meco in perpetua lite: Per lo più mesto, e talor lieto assai: Or stimandomi Achille ed or Tersite. Uom, se’ tu grande o vil? Muori, e il saprai.

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Uno specchio non basta a dire chi si è; per questo Alfieri lo invoca come «sublime specchio di veraci detti» e gli chiede di mostrarlo «in corpo e in anima». Fin dal primo endecasillabo il sonetto dichiara la propria ambizione: non un semplice autoritratto, ma una verità fatta di parole che riflettono. Il comando «Mostrami» trasforma il testo in un esame di coscienza.

All’inizio lo sguardo è fisico, quasi inventariale. I capelli sono «or radi in fronte, e rossi pretti», la statura è lunga, il capo chino verso terra, la persona sottile retta da due stinchi schietti; poi la pelle bianca, gli occhi azzurri, l’aspetto buono, il naso giusto, il bel labbro, i denti eletti. L’elenco non nasconde i tratti meno nobili: la fronte che si dirada e la magrezza spigolosa convivono con una bellezza più armonica, come se il corpo stesso fosse già un misto. L’immagine del «pallido in volto più che un re sul trono» sposta il ritratto dal piano realistico a quello espressivo: il pallore diventa quasi una condizione regale, ma anche un segno di tensione, di chi siede sul trono senza pace.

La struttura accompagna questa severità. Il sonetto è in endecasillabi, con rime alternate nelle quartine e due sole rime alternate anche nel sestetto. Ne nasce un ritmo incalzante, fatto di tratti che si succedono e di opposizioni nitide. Il lessico è concreto, quasi un catalogo; eppure parole come «sublime», «veraci», «lite», «Achille», «Tersite» alzano continuamente il tono verso il tragico.

Dalla metà del testo il ritratto diventa interiore. L’io si descrive «or duro, acerbo, ora pieghevol, mite»: la coppia di avverbi scandisce l’alternanza di intransigenza e dolcezza. È «irato sempre e non maligno mai», una formula che distingue la violenza del temperamento dalla cattiveria d’animo. Il verso più significativo è però «La mente e il cor meco in perpetua lite»: qui la divisione non è tra momenti diversi, ma interna e costante, come se ragione e passione non trovassero mai accordo. Anche l’umore oscilla: «per lo più mesto, e talor lieto assai». L’autoimmagine, poi, passa da un estremo all’altro: «or stimandomi Achille ed or Tersite». Il richiamo omerico non è decorativo: Achille incarna l’eroe assoluto, Tersite il vile deforme e deriso; il soggetto non riesce a fissarsi in nessuno dei due.

Il verso finale trasforma l’autoritratto in una domanda etica: «Uom, se’ tu grande o vil? Muori, e il saprai». Non è una consolazione, ma un giudizio spostato oltre la vita. Lo specchio ha mostrato il corpo e la psiche, la contraddizione e il desiderio di verità; tuttavia la misura morale di un uomo resta sospesa. Solo una vita compiuta, che la morte chiude, può dire se l’esistenza è stata grande o vile. Per questo il sonetto non si chiude su un’immagine consolante, ma su un imperativo secco, quasi una sfida.

La forza di questi versi sta nel fare del ritratto un gesto di conoscenza, non di compiacimento. Alfieri non si assolve e non si condanna: elenca, oppone, interroga. Il vero specchio non è di vetro, ma di parole «veraci»; e la parola poetica può preparare il giudizio, non sostituirlo. La morte diventa così l’unico critico affidabile, e il sonetto una breve scena in cui l’io si presenta, si contraddice e lascia l’ultima parola a qualcosa di più grande di lui.

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