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Sergio Corazzini
I
...E giovinezze erranti per le vie
piene di un grande sole malinconico,
portoni semichiusi, davanzali
deserti, qualche piccola fontana
che piange un pianto eternamente uguale
al passare di ogni funerale,
un cimitero immenso, un’infinita
messe di croci e di corone, un lento
angoscioso rintocco di campana
a morto, sempre, tutti i giorni, tutte
le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno
di speranza e di consolazione,
un cielo aperto, buono come un occhio
di madre che rincuora e benedice.
II
Io dissi a quel vecchio, «Dove?» Io
cercava un fanciullo mio buono,
smarrito: il mio Placido: mio!
Cercavo quelli occhi (... un cipresso?)
co’ quali chiedeva perdono
di vivere, d’esserci anch’esso.
Cercavo. Ero giunto. Era quello
per certo il paese azzurrino
suo: monti, una selva, un castello,
poi monti: più su, San Marino.
Nel chiuso (... una croce?) noi soli
tre s’era: non c’era altro fiore
che l’oro di due girasoli.
Nel chiuso non c’era altra voce,
rammento, che il cupo stridore
d’un fuco ronzante a una croce;
Una pallida faccia e un velo nero
Spesso mi fa pensoso de la morte;
Ma non in frotta io cerco le tue porte,
Quando piange il novembre, o cimitero.
Cimitero m’è il mondo allor che il sole
Ne la serenità di maggio splende
E l’aura fresca move l’acque e i rami,
E un desio dolce spiran le vïole
E ne le rose un dolce ardor s’accende
E gli uccelli tra ’l verde fan richiami:
Quando piú par che tutto il mondo s’ami
E le fanciulle in danza apron le braccia,
Veggo tra ’l sole e me sola una faccia,
Pallida faccia velata di nero.