La nebbia, in questi versi, non è soltanto un fenomeno atmosferico: è un confine invocato, un velo che il poeta prega di posarsi sulle cose lontane. L’intera poesia ha la forma di una richiesta ripetuta — «Nascondi le cose lontane» — come in una litania domestica. Pascoli vi affida il desiderio di ridurre il mondo a un piccolo cerchio di presenze note: la siepe, il muro con le crepe, due peschi, due meli, un tratto di strada, un cipresso, il cane assonnato. La nebbia, «impalpabile e scialba», diventa così una protezione, un filtro che separa l’io da tutto ciò che chiede amore, movimento, memoria.
Fin dalla prima strofa la nebbia non è una semplice foschia: è un «fumo che ancora rampolli / su l’alba, / da’ lampi notturni e da’ crolli / d’aeree frane». Nasce dai lampi e dai franamenti della notte, come un respiro che sale a coprire le macerie. Il paesaggio notturno appare instabile, e la nebbia mattutina ha qualcosa di protettivo ma anche di vagamente onirico. Questa ambiguità accompagna tutto il testo.
Le «cose lontane» si rivelano poco a poco. Non sono solo luoghi geografici: sono «quello ch’è morto», le cose «ebbre di pianto», le richieste che vorrebbero spingere il poeta ad amare e a partire. Il testo non nega che esistano; chiede di metterle in ombra. In cambio il poeta vuole vedere da vicino l’orto, con le sue pareti incrinate e le valeriane, e soprattutto i «due peschi, i due meli», che danno i «soavi lor mieli / pel nero mio pane». In questa immagine convivono dolcezza e amarezza: il miele è un nutrimento povero ma affettuoso, il pane resta nero, quotidiano.
La costruzione dà forma a questo desiderio di chiusura. Ogni strofa si apre con lo stesso imperativo, e la rima finale riprende quella del primo verso, chiudendo la strofa come un cerchio. I versi brevissimi — «su l’alba», «soltanto», «là, solo» — creano pause, come se lo sguardo si posasse con cautela sulle piccole cose. Anche l’onomatopea «don don» entra nella preghiera come un rintocco lontano e stanco, legato alla strada bianca «che un giorno ho da fare»: l’unico futuro che si lascia intravvedere ha il suono delle campane, e non è un caso che subito dopo il poeta chieda alla nebbia di «involare» le cose lontane «al volo del cuore». Il cuore, se lasciato libero, potrebbe volare via.
Il lessico è semplice ma carico di contrasti: il «bianco di strada» si oppone al «nero mio pane», mentre la nebbia resta «scialba». La ripetizione di «solo» nell’ultima strofa — «il cipresso / là, solo, / qui, solo quest’orto» — isola il cipresso e l’orto, ma non è solitudine desolata: è il sollievo di uno spazio delimitato. Il cane che «sonnecchia» accanto all’orto è l’ultimo dettaglio, una presenza muta e fedele che non ha bisogno di parole.
La forza di «Nebbia» sta nel trasformare un fenomeno atmosferico in una figura quasi materna e protettiva, senza negare che fuori restino il pianto e la morte. Non è una fuga dalla realtà, ma il tentativo di rendere la realtà sopportabile riducendola alla scala di un orto. Nei Canti di Castelvecchio, dove la Garfagnana diventa un paesaggio dell’anima, questo componimento mostra come suono, ritmo e immagini possano costruire un rifugio. La nebbia, che di solito cancella i contorni, qui restituisce nitidezza alle cose vicine: il muro, i meli, il cane. La poesia diventa un modo di abitare il poco, di amare ciò che è a portata di mano, mentre il lontano resta in penombra.