La voce che parla chiede alla nebbia di coprire tutto ciò che è lontano e di lasciare visibile solo il piccolo spazio vicino e famigliare: la siepe dell’orto, il muro con le crepe piene di valeriane, i due peschi e i due meli, il cipresso, il cane che sonnecchia. Le “cose lontane” portano con sé il ricordo di chi non c’è più e richieste di amare, partire, affrontare il mondo; per questo nasce il desiderio di fermarsi in un perimetro ristretto e protetto. La nebbia diventa una protezione affettuosa, quasi un velo che attutisce il dolore. Il tono è dolce e malinconico: non c’è rabbia, ma una stanchezza che cerca pace nelle cose minime. Il bianco della strada e il suono lontano delle campane restano sullo sfondo, come un’ombra di ciò che un giorno bisognerà attraversare.
Nebbia — Riassunto
Nascondi le cose lontane, tu nebbia impalpabile e scialba, tu fumo che ancora rampolli, su l’alba, da’ lampi notturni e da’ crolli d’aeree frane!
Nascondi le cose lontane, nascondimi quello ch’è morto! Ch’io veda soltanto la siepe dell’orto, la mura ch’ha piene le crepe di valerïane.
Nascondi le cose lontane: le cose son ebbre di pianto! Ch’io veda i due peschi, i due meli, soltanto, che dànno i soavi lor mieli pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco di strada, che un giorno ho da fare tra stanco don don di campane...
Nascondi le cose lontane, nascondile, involale al volo del cuore! Ch’io veda il cipresso là, solo, qui, solo quest’orto, cui presso sonnecchia il mio cane.