Per organo di Barberia — Analisi della poesia

Elemosina triste di vecchie arie sperdute vanità di un’offerta che nessuno raccoglie! Primavera di foglie in una via deserta! Poveri ritornelli che passano e ripassano e sono come uccelli di un cielo musicale! Ariette d’ospedale che ci sembra domandino un’eco in elemosina!

Vedi: nessuno ascolta. Sfogli la tua tristezza monotona davanti alla piccola casa provinciale che dorme; singhiozzi quel tuo brindisi folle di agonizzanti una seconda volta, ritorni su’ tuoi pianti ostinati di povero fanciullo incontentato, e nessuno ti ascolta.

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Un organetto suona in una via deserta, ma la sua musica non è allegria: è una questua che resta sospesa, un dono che nessuno raccoglie. Il componimento mette in scena una voce che si offre e viene ignorata; non è difficile leggervi un autoritratto della poesia, o almeno di una poesia che ha rinunciato a ogni pretesa di grandezza. L’idea centrale è proprio questa: l’espressione, anche quando ripete ostinatamente la propria melodia, può restare senza ascolto, eppure continua a ripetersi. La musica dell’organo di Barberia diventa così una figura della solitudine, ma una solitudine dimessa, fatta di strade di provincia, di case che dormono, di ritornelli poveri.

La costruzione del testo accompagna questo senso di immobilità. Nella prima parte dominano le immagini nominali, giustapposte come tessere di un quadro sonoro: “Elemosina triste”, “vanità di un’offerta”, “primavera di foglie”, “poveri ritornelli”, “ariette d’ospedale”. I pochi verbi indicano un movimento circolare o un’apparenza: i ritornelli “passano e ripassano”, le ariette “sembra domandino”. L’elemento musicale slitta continuamente verso il visivo e verso il patetico. Le rime irregolari creano legami sotterranei: “raccoglie” risponde a “foglie”, “ritornelli” a “uccelli”, “musicale” a “ospedale”. Non è una rima che chiude il discorso con sicurezza, ma un’assonanza che lo tiene aperto, come un motivo imperfetto che torna su se stesso. I versi brevi e le esclamazioni imitano il gesto della manovella: la musica si ripete, non va da nessuna parte.

La seconda parte introduce un “tu”. Quel “Vedi: nessuno ascolta” spezza il catalogo e si rivolge direttamente all’organo, che diventa un interlocutore, quasi una creatura viva. “Sfogli la tua tristezza / monotona davanti / alla piccola casa / provinciale che dorme”: il verbo “sfogli” trasforma il motivo musicale in foglie, in qualcosa di fragile e caduco. Poi il testo tocca il punto più aspro: “singhiozzi quel tuo brindisi / folle di agonizzanti / una seconda volta”. La festa che la musica dovrebbe portare si rovescia in agonia; il brindisi, gesto di convivialità, è folle e abitato da moribondi. La ripetizione non è consolazione ma ostinazione. Il componimento si chiude tornando al punto di partenza: “ritorni su’ tuoi pianti / ostinati di povero / fanciullo incontentato, / e nessuno ti ascolta”. L’immagine del “fanciullo incontentato” regala all’organetto una psicologia infantile: non chiede fama, chiede solo un’eco, una risposta.

Le parole-chiave ruotano attorno alla mendicità e alla vanità: “elemosina”, “offerta”, “raccoglie”, “domandino”. La musica non si presenta come arte nobile, ma come richiesta umile: le ariette “sembra domandino / un’eco in elemosina”. Non vogliono applausi, vogliono soltanto che qualcuno rimandi indietro un suono, che il silenzio si incrini per un istante. Anche le immagini naturali sono svuotate: la “primavera di foglie” è collocata “in una via deserta”, come se la vita vegetale non avesse nessuno a cui mostrarsi. Gli uccelli diventano “poveri ritornelli / di un cielo musicale”: un cielo non reale, ma finto, meccanico, costruito dalla musica stessa. L’ospedale e gli “agonizzanti” portano la scena verso la malattia e la fine, senza alcun compiacimento.

La forza del testo sta nel rovesciare un suono comune, quasi fastidioso, in un emblema del destino dell’arte. L’organetto di Barberia è uno strumento popolare, ripetitivo, non illustre: proprio per questo può rappresentare una poesia che si è allontanata dal sublime e parla con voce incrinata. Il fatto che “nessuno ti ascolta” sia detto due volte costruisce una cornice di silenzio: non c’è consolazione, non c’è riscatto. Eppure il poema esiste, e nel dirlo rende giustizia a quella musica inascoltata. Qui sta la sua importanza: non celebra la poesia come trionfo, ma la mostra come offerta fragile e ostinata che continua a passare e ripassare anche davanti alle case chiuse.

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