Un organetto suona in una via deserta, in una giornata di primavera che sembra non portare vita. Le sue arie sono descritte come un’elemosina triste: vecchie melodie sperdute, un’offerta inutile che nessuno raccoglie. I ritornelli passano e ripassano come uccelli in un cielo musicale, eppure nessuno si ferma ad ascoltare.
Poi la voce si rivolge direttamente allo strumento, quasi fosse una creatura viva. L’organetto sfoglia la sua tristezza davanti a una piccola casa di provincia addormentata, singhiozza un brindisi folle di agonizzanti e torna sui suoi pianti ostinati di bambino mai contentato. Il suono continua, ma resta senza ascolto. È un’atmosfera sospesa, intima e malinconica, come un motivo che gira a vuoto. Si avverte una profonda identificazione tra chi parla e quell’organetto marginale: anche la sua voce cerca invano un’eco, un destinatario che forse non arriverà mai.