Un sole che ha freddo, che piange le sue primavere: è da questa immagine quasi infantile che prende avvio la «Sonata in bianco minore» di Sergio Corazzini. In un convento femminile alcune sorelle si chiamano da una cella all’altra per guardare l’orto: non c’è un evento grandioso, solo una luce esile da non perdere. Quel sole non è il trionfo dell’estate, ma un «povero sole», un «sole di convalescenti», più bianco della cornetta di una monaca. È una luce che somiglia alle donne che la osservano: fragile, pallida, vicina allo spegnersi.
Il titolo musicale non è decorativo. La poesia è costruita come una sonata di voci: le battute brevi si rincorrono, ora in coro ora come piccoli assoli, e le rime facili che legano mani a domani, venire a morire, sorelle a stelle, scodella a cella danno al testo il passo di una filastrocca sacra, di una preghiera recitata in comune. Il ritmo è insieme cantilenante e ansioso: le ripetizioni di «Sorelle», le esclamazioni, le domande che restano sospese traducono un’attesa che non ha nulla di eroico, ma è fatta di piccoli gesti. Il bianco, annunciato nel titolo e poi disseminato nella cornetta, nella cella, nelle candele, non è il bianco abbagliante di una rivelazione: è un bianco «minore», da convalescenza, che unisce il sole alle monache e alle loro cose.
Al centro della lirica c’è la richiesta che quel sole torni. Le sorelle pregano «a mani giunte» perché torni domani, «per poco, però, tutti i giorni»: non chiedono un miracolo, ma una compagnia quotidiana. La ragione è detta con disarmante semplicità: «Noi stiamo per morire». La morte è presente senza clamore, come un’ombra che si allunga sull’orto. Per questo il sole diventa quasi un viatico: vogliono «comunicarselo» prima che vengano le stelle, come un’ostia bianca e tiepida da spartire prima della notte. Il loro tesoro è ridotto all’essenziale: «Gesù, Maria e niente più», un po’ d’acqua nella scodella, un po’ di sole nella cella. Da questa povertà nascono però offerte delicate: una ghirlandetta per i poveri capelli, il miglio per gli uccelli. Sono desideri minuscoli, ma tengono viva la giornata.
Il testo non nasconde la paura. Dopo l’invocazione latina «Regina sine labe originali…», lasciata volutamente sospesa, riaffiora la domanda: «Che faremo, se non torna?». La risposta è secca e infantile insieme: «Se non torna più, morremo». Il verbo morire chiude il cerchio aperto con la chiamata nell’orto. Eppure, proprio qui sta la forza della poesia: nel fare della luce un appuntamento necessario, nell’abbassare il linguaggio religioso fino a farlo diventare conversazione tra sorelle, nel dare alla speranza una forma quasi domestica. Non è un inno alla fede trionfante, ma una sonata in tono minore, dove anche il sole ha freddo e la salvezza è attesa come il ritorno di un ospite malato.
Questa lirica è significativa perché trasforma la vita claustrale in un teatro minimo dell’esistenza: creature sperdute, un orto, una luce incerta, la sera che arriva. Corazzini, nato a Roma nel 1886 e morto poco più che ventenne, è tra le voci più delicate del crepuscolarismo italiano; la sua «Sonata» ne è un esempio perfetto, perché sostituisce i grandi temi con le piccole cose e fa della fragilità non uno sfogo, ma una musica.