Sonata in bianco minore — Analisi della poesia

Sergio CorazziniNachdenklich

— Sorelle, venite a vedere! — C’è il sole nell’orto, c’è il sole! — È un povero sole che ha freddo, non senti? — Che piange le sue primavere... — Sole di convalescenti. — Suor Anna sorride così. — Che vi voglia raccontare una fiaba d’oltre mare! — È venuto a trovare noi, povere sperdute, e forse un malato lo aspetta invano al limitare della sua casa per la sua salute. — È più bianco della mia cornetta... — Sorelle, scendiamo nell’orto prima che se ne vada.

— Sorelle, pregatelo a mani giunte che torni domani! — Che torni, per poco, che torni, però, tutti i giorni! — Perchè non dovrebbe venire? Noi stiamo per morire. — Comunichiamocene, sorelle, prima che vengano le stelle. — Noi non abbiamo che Gesù, Maria e niente più. — Un po’ d’acqua nella scodella e un po’ di sole nella cella. — Io mi farò una ghirlandetta per i miei poveri capelli. — Io, sorella benedetta, avrò il miglio per gli uccelli.

— Oh, Sorelle, e, se non torna, che faremo? — Se non torna, aspetteremo. — Come è gelido il convento. — È più gelido il mio cuore. — Oh, Sorelle, invece, io sento tutto il sole nel mio cuore. — Stelle in cielo e vele in mare, tante vele e tante stelle... — Accendiamo le candele sull’altare. — Ricordiamoci, sorelle, che siamo mortali. — Regina sine labe originali... — Che faremo, se non torna? — Se non torna più, morremo.

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Un sole che ha freddo, che piange le sue primavere: è da questa immagine quasi infantile che prende avvio la «Sonata in bianco minore» di Sergio Corazzini. In un convento femminile alcune sorelle si chiamano da una cella all’altra per guardare l’orto: non c’è un evento grandioso, solo una luce esile da non perdere. Quel sole non è il trionfo dell’estate, ma un «povero sole», un «sole di convalescenti», più bianco della cornetta di una monaca. È una luce che somiglia alle donne che la osservano: fragile, pallida, vicina allo spegnersi.

Il titolo musicale non è decorativo. La poesia è costruita come una sonata di voci: le battute brevi si rincorrono, ora in coro ora come piccoli assoli, e le rime facili che legano mani a domani, venire a morire, sorelle a stelle, scodella a cella danno al testo il passo di una filastrocca sacra, di una preghiera recitata in comune. Il ritmo è insieme cantilenante e ansioso: le ripetizioni di «Sorelle», le esclamazioni, le domande che restano sospese traducono un’attesa che non ha nulla di eroico, ma è fatta di piccoli gesti. Il bianco, annunciato nel titolo e poi disseminato nella cornetta, nella cella, nelle candele, non è il bianco abbagliante di una rivelazione: è un bianco «minore», da convalescenza, che unisce il sole alle monache e alle loro cose.

Al centro della lirica c’è la richiesta che quel sole torni. Le sorelle pregano «a mani giunte» perché torni domani, «per poco, però, tutti i giorni»: non chiedono un miracolo, ma una compagnia quotidiana. La ragione è detta con disarmante semplicità: «Noi stiamo per morire». La morte è presente senza clamore, come un’ombra che si allunga sull’orto. Per questo il sole diventa quasi un viatico: vogliono «comunicarselo» prima che vengano le stelle, come un’ostia bianca e tiepida da spartire prima della notte. Il loro tesoro è ridotto all’essenziale: «Gesù, Maria e niente più», un po’ d’acqua nella scodella, un po’ di sole nella cella. Da questa povertà nascono però offerte delicate: una ghirlandetta per i poveri capelli, il miglio per gli uccelli. Sono desideri minuscoli, ma tengono viva la giornata.

Il testo non nasconde la paura. Dopo l’invocazione latina «Regina sine labe originali…», lasciata volutamente sospesa, riaffiora la domanda: «Che faremo, se non torna?». La risposta è secca e infantile insieme: «Se non torna più, morremo». Il verbo morire chiude il cerchio aperto con la chiamata nell’orto. Eppure, proprio qui sta la forza della poesia: nel fare della luce un appuntamento necessario, nell’abbassare il linguaggio religioso fino a farlo diventare conversazione tra sorelle, nel dare alla speranza una forma quasi domestica. Non è un inno alla fede trionfante, ma una sonata in tono minore, dove anche il sole ha freddo e la salvezza è attesa come il ritorno di un ospite malato.

Questa lirica è significativa perché trasforma la vita claustrale in un teatro minimo dell’esistenza: creature sperdute, un orto, una luce incerta, la sera che arriva. Corazzini, nato a Roma nel 1886 e morto poco più che ventenne, è tra le voci più delicate del crepuscolarismo italiano; la sua «Sonata» ne è un esempio perfetto, perché sostituisce i grandi temi con le piccole cose e fa della fragilità non uno sfogo, ma una musica.

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