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Sergio Corazzini
Cosa mi canterai tu
questa sera?
Voglio ancora tristezze.
Cantami la canzone più
triste, amica:
una canzone antica,
non importa,
una di quelle canzoni
che da tanto
non fanno più schiuder balconi;
io voglio piangere
questa sera un pianto
che mi tremi negli occhi solamente.
E tu, perché non suoni
nemmeno ora?
e fai morire di voglia
Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,
pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori
sovente qualcuno che picchia, che picchia.... Sono i dottori.
Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni,
m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro.
E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli....
«Appena un lieve sussurro all’apice.... qui.... la clavicola....»
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.
«Nutrirsi.... non fare più versi... nessuna notte più insonne....
Sublime specchio di veraci detti,
Mostrami in corpo e in anima qual sono.
Capelli, or radi in fronte, e rossi pretti:
Lunga statura, e capo a terra prono:
Sottil persona in su due stinchi schietti:
Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;
Giusto naso, bel labbro, e denti eletti:
Pallido in volto più che un re sul trono:
Or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;
Irato sempre e non maligno mai;
La mente e il cor meco in perpetua lite:
Per lo più mesto, e talor lieto assai:
Or stimandomi Achille ed or Tersite.
Uom, se’ tu grande o vil? Muori, e il saprai.
Morte, che se’ tu mai? Primo dei danni
L’alma vile e la rea ti crede e teme;
E vendetta del ciel scendi ai tiranni,
Che il vigile tuo braccio incalza e preme.
Ma l'infelice, a cui de’ lunghi affanni
Grave è l’incarco, e morta in cuor la speme,
Quel ferro implora troncator degli anni,
E ride all’appressar dell’ore estreme.
Fra la polve di Marte e le vicende
Ti sfida il forte che ne’ rischi indura;
E il saggio senza impallidir ti attende.
Morte, che se’ tu dunque? Un’ombra oscura,
Un bene, un male, che diversa prende
Dagli affetti dell’uom forma e natura.
Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
Di gente in gente; mi vedrai seduto
Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
Il fior de’ tuoi gentili anni caduto:
La madre or sol, suo dì tardo traendo,
Parla di me col tuo cenere muto:
Ma io deluse a voi le palme tendo;
E se da lunge i miei tetti saluto,
Sento gli avversi Numi, e le secrete
Cure che al viver tuo furon tempesta;
E prego anch’io nel tuo porto quiete:
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
Allora al petto della madre mesta.
I
...E giovinezze erranti per le vie
piene di un grande sole malinconico,
portoni semichiusi, davanzali
deserti, qualche piccola fontana
che piange un pianto eternamente uguale
al passare di ogni funerale,
un cimitero immenso, un’infinita
messe di croci e di corone, un lento
angoscioso rintocco di campana
a morto, sempre, tutti i giorni, tutte
le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno
di speranza e di consolazione,
un cielo aperto, buono come un occhio
di madre che rincuora e benedice.
II
— Sorelle, venite a vedere!
— C’è il sole nell’orto, c’è il sole!
— È un povero sole che ha freddo, non senti?
— Che piange le sue primavere...
— Sole di convalescenti.
— Suor Anna sorride così.
— Che vi voglia raccontare
una fiaba d’oltre mare!
— È venuto a trovare
noi, povere sperdute,
e forse un malato lo aspetta
invano al limitare
della sua casa per la sua salute.
— È più bianco della mia cornetta...
— Sorelle, scendiamo nell’orto
prima che se ne vada.
Dolce mio bene, dov'eri?
Ho chiamato per tutt'i sentieri
e portavo una ghirlandella
per te, mia triste sorella;
ma tu non c'eri, ma tu non venivi.
E i fiori si facean men vivi.
E taluno cadeva per via
a morirsene di nostalgia,
in fin che le mie mani pure
non strinsero che rame oscure.
Oh, dolce mio bene, dov'eri?
Ho chiamato per tutti i sentieri,
ho battuto a tutte le porte...
ma dov'eri tu, dunque, sperduto?
-Oh? ma se non sei venuto
pe' 'l sentiero della morte!
Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s’arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,
che la mia penna avrà
uno schianto stridente...
... e allora morirò.
Perchè tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio
Perchè tu mi dici: poeta?
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
Semplici, così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
Io voglio morire, solamente, perchè sono stanco;
solamente perchè i grandi angioli
su le vetrate delle catedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perchè, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Il gigantesco rovere abbattuto
l’intero inverno giacque sulla zolla,
mostrando, in cerchi, nelle sue midolla
i centonovant’anni che ha vissuto.
Ma poi che Primavera ogni corolla
dischiuse con le mani di velluto,
dai monchi nodi qua e là rampolla
e sogna ancora d’essere fronzuto.
Rampolla e sogna — immemore di scuri —
l’eterna volta cerula e serena
e gli ospiti canori e i frutti e l’ire
aquilonari e i secoli futuri...
Non so perchè mi faccia tanta pena
quel moribondo che non vuol morire!
Vivere cinque ore?
Vivere cinque età?...
Benedetto il sopore
che m’addormenterà....
Ho goduto il risveglio
dell’anima leggiera:
meglio dormire, meglio
prima della mia sera.
Poi che non ha ritorno
il riso mattutino.
La bellezza del giorno
è tutta nel mattino.