Poesie tristi

Poesie tristi — una raccolta delle migliori opere su PoemShip.

TristeUgo Foscolo

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo Di gente in gente; mi vedrai seduto Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo Il fior de’ tuoi gentili anni caduto: La madre or sol, suo dì tardo traendo, Parla di me col tuo cenere muto: Ma io deluse a voi le palme tendo; E se da lunge i miei tetti saluto, Sento gli avversi Numi, e le secrete Cure che al viver tuo furon tempesta; E prego anch’io nel tuo porto quiete: Questo di tanta speme oggi mi resta! Straniere genti, l’ossa mie rendete Allora al petto della madre mesta.
TristeSergio Corazzini

Toblack

I ...E giovinezze erranti per le vie piene di un grande sole malinconico, portoni semichiusi, davanzali deserti, qualche piccola fontana che piange un pianto eternamente uguale al passare di ogni funerale, un cimitero immenso, un’infinita messe di croci e di corone, un lento angoscioso rintocco di campana a morto, sempre, tutti i giorni, tutte le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno di speranza e di consolazione, un cielo aperto, buono come un occhio di madre che rincuora e benedice. II
TristeSergio Corazzini

Per organo di Barberia

Elemosina triste di vecchie arie sperdute vanità di un’offerta che nessuno raccoglie! Primavera di foglie in una via deserta! Poveri ritornelli che passano e ripassano e sono come uccelli di un cielo musicale! Ariette d’ospedale che ci sembra domandino un’eco in elemosina! Vedi: nessuno ascolta. Sfogli la tua tristezza monotona davanti
TristeSergio Corazzini

Il cuore e la pioggia

O mia piccola dolce casa, vergine rossa c’hai vergogna e ti celi in un manto di foglie qua e là strappato, ancora nell’occhio si raccoglie un pianto triste e il cuore prova una fredda scossa s’avvenga che ripensi le tue diserte soglie il tuo muto giardino, la terra non rimossa da tempo grande, come la terra d’una fossa, la fossa ch’ogni mia dolce speranza accoglie. Piccola casa rossa che il molle abbraccio tenta del fiorito viale con mille incantamenti, nell’ora triste in cui mi parve uscir di vita, non io rossa ti vidi, ma come se una lenta lagrima assai t’avesse corse le guancie ardenti, mi sembrasti d’immenso dolore impallidita.
TristeSergio Corazzini

Dolcezze

Il mio cuore è una rossa macchia di sangue dove io bagno senza possa la penna, a dolci prove eternamente mossa. E la penna si muove e la carta s’arrossa sempre a passioni nove. Giorno verrà: lo so che questo sangue ardente a un tratto mancherà, che la mia penna avrà uno schianto stridente... ... e allora morirò.
TristeSergio Corazzini

Desolazione del povero poeta sentimentale

Perchè tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange. Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio Perchè tu mi dici: poeta? Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. Le mie gioie furono semplici, Semplici, così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. Oggi io penso a morire. Io voglio morire, solamente, perchè sono stanco; solamente perchè i grandi angioli su le vetrate delle catedrali mi fanno tremare d’amore e di angoscia; solamente perchè, io sono, oramai, rassegnato come uno specchio, come un povero specchio melanconico.
TristeGuido Gozzano

Un rimorso

O il tetro Palazzo Madama... la sera... la folla che imbruna... Rivedo la povera cosa, la povera cosa che m’ama: la tanto simile ad una piccola attrice famosa. Ricordo. Sul labbro contratto la voce a pena s’udì: «O Guido! Che cosa t’ho fatto di male per farmi così?» Sperando che fosse deserto varcammo l’androne, ma sotto le arcate sostavano coppie d’amanti... Fuggimmo all’aperto: le cadde il bel manicotto adorno di mammole doppie.
TristeGuido Gozzano

Speranza

Il gigantesco rovere abbattuto l’intero inverno giacque sulla zolla, mostrando, in cerchi, nelle sue midolla i centonovant’anni che ha vissuto. Ma poi che Primavera ogni corolla dischiuse con le mani di velluto, dai monchi nodi qua e là rampolla e sogna ancora d’essere fronzuto. Rampolla e sogna — immemore di scuri — l’eterna volta cerula e serena e gli ospiti canori e i frutti e l’ire aquilonari e i secoli futuri... Non so perchè mi faccia tanta pena quel moribondo che non vuol morire!
TristeGiovanni Pascoli

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perchè tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perchè sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla. Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell’ombra, che attende, che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l’uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole, in dono...
TristeGiovanni Pascoli

Valentino

Oh! Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini! Solo, ai piedini provati dal rovo porti la pelle de’ tuoi piedini; porti le scarpe che mamma ti fece, che non mutasti mai da quel dì, che non costarono un picciolo: in vece costa il vestito che ti cucì. Costa; chè mamma già tutto ci spese quel tintinnante salvadanaio: ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese, per riempirlo, tutto il pollaio. Pensa, a Gennaio, che il fuoco del ciocco non ti bastava, tremavi, ahimè!, e le galline cantavano. Un cocco! ecco ecco un cocco un cocco per te!
TristeGiovanni Pascoli

Placido

Io dissi a quel vecchio, «Dove?» Io cercava un fanciullo mio buono, smarrito: il mio Placido: mio! Cercavo quelli occhi (... un cipresso?) co’ quali chiedeva perdono di vivere, d’esserci anch’esso. Cercavo. Ero giunto. Era quello per certo il paese azzurrino suo: monti, una selva, un castello, poi monti: più su, San Marino. Nel chiuso (... una croce?) noi soli tre s’era: non c’era altro fiore che l’oro di due girasoli. Nel chiuso non c’era altra voce, rammento, che il cupo stridore d’un fuco ronzante a una croce;