La voce che parla è quella di una donna nata povera, in una stamberga umida, eppure percorsa da un fuoco interiore che la rende fiera e indomabile. Si descrive come un enigma: capace di odio e amore, attratta dal buio dell’abisso ma anche commossa dalla tenerezza di un bambino. Il suo atteggiamento è di sfida: ride quando la sfortuna entra nella soffitta o quando si sente abbandonata, quasi per non darsi vinta. Ma davanti alla sofferenza altrui — vecchi stanchi, affamati, bambini denutriti — il pianto trabocca. Allora quel dolore diventa canto, un canto strano e ardito in cui getta tutta se stessa, senza curarsi di chi ascolta o delle invidie. Il tono è intenso, ribelle e appassionato: un ritratto di orgoglio plebeo che trasforma la miseria in energia vitale.
Senza nome — Riassunto
Io non ho nome. — Io son la rozza figlia Dell’umida stamberga; Plebe triste e dannata è mia famiglia, Ma un’indomita fiamma in me s’alberga.
Seguono i passi miei maligno un nano E un angelo pregante. Cavalca il mio pensier per monte e piano, Come Mazeppa sul destrier fumante.
Un enigma son io d’odio e d’amore, Di forza e di dolcezza; M’attira de l’abisso il tenebrore, Mi commovo d’un bimbo alla carezza.
Quando per l’uscio de la mia soffitta Entra sfortuna, rido; Rido se combattuta o derelitta, Senza conforti e senza gioie, rido.
Ma sui vecchi tremanti e affaticati, Sui senza pane, piango; Piango su bimbi gracili e scarnati, Su mille ignote sofferenze piango.
E quando il pianto dal mio cor trabocca, Nel canto ardito e strano Che mi freme nel petto e sulla bocca, Tutta l’anima getto a brano a brano.
Chi l’ascolta non curo; e se codardo Livor mi sferza o punge, Provocando il destin passo e non guardo, E il venefico stral non mi raggiunge.