Chi parla si trova in un dormiveglia, un sonno leggero: guarda attraverso l’ombra del sonno e sente di smarrire qualcosa, un “vecchio qualcosa” che resta indefinito, forse un ricordo o una sensazione antica. Nell’aria c’è solo un cirro rosa, un’immagine lieve e sospesa. Da quel chiarore nasce un paesaggio interiore: castelli grigi, tetti rossi, un ruscello, e un sussurro d’uccelli che è insieme silenzio e oblio. È un canto che non fa rumore, come quello dei sogni nel cuore.
La voce continua a cercare, si volta nel sonno e viene guidata dagli uccelli verso luoghi ignoti ma più belli, che quasi riconosce con uno sguardo più buono. Poi un tuono improvviso spezza tutto: la folgore lo strappa al sogno. All’alba dolce vissuta dentro il sonno subentra una giornata stridula e scialba. Prevale un senso di nostalgia: il risveglio è una perdita, un brusco ritorno a una realtà grigia e deludente.