«Dove?» è la prima parola che la voce dice al vecchio, e da lì il testo si muove come una ricerca: un bambino buono è smarrito, si chiama Placido, e chi parla lo reclama con un raddoppiamento affettivo — «il mio Placido: mio!». Non c’è però un rapido ritrovamento. La lirica procede per esitazioni e parentesi, come se memoria e percezione si confondessero: gli occhi del bambino, che sembravano «chiedere perdono di vivere, d’esserci anch’esso», sono seguiti da «... un cipresso?»; più avanti il recinto del cimitero è accompagnato da «... una croce?». Questi inserti non spiegano, ma riproducono il modo in cui il dolore rende incerta la vista.
Lo spazio si divide tra un fuori luminoso e un dentro chiuso. Il «paese azzurrino» è descritto per rapidi tratti senza verbi: «monti, una selva, un castello, / poi monti: più su, San Marino». Il diminutivo azzurrino addolcisce il paesaggio, quasi fosse il piccolo mondo del bambino. Dentro il chiuso, invece, tutto è scarno: tre soli presenti, due girasoli, una croce. «Non c’era altro fiore / che l’oro di due girasoli»: l’unico colore caldo sta dentro uno spazio di morte. Il suono dominante è il «cupo stridore / d’un fuco ronzante a una croce», un brusio sordo, quasi un ronzio del tempo fermo. Il singulto di Maria è l’unico segno di pianto, e arriva all’improvviso, nominato prima della persona: «un singulto / di lei: di Maria, che piangeva». La sintassi ritarda il nome, come se il dolore non potesse essere subito riconosciuto.
Proprio quando il vecchio con le chiavi dice «Qui», il mondo esterno entra nel cimitero: a Sogliano la torre suona mezzogiorno, gli usci stridono, i camini fumano, lontano si sente un «vocìo di bambini». È la vita quotidiana che continua, indifferente alla terra smossa. Il cimitero è un chiuso, ma i rumori vi arrivano, e il contrasto tra il mezzogiorno animato e il silenzio del recinto rende il lutto più isolato. Il nome Placido, che dovrebbe dire calma, stride con quel brusio, con lo stridore, con il singulto, e si rivela solo alla fine come una quiete cercata e non trovata.
La risposta alla domanda iniziale arriva con «non vede?» e con la visione di un «nero» ai piedi di chi parla: «di terra ah! scavata il mattino!». Quel nero è il punto verso cui tutto converge. Non è un monumento, non è un nome inciso: è terra smossa da poco. L’interiezione «ah!» spezza il verso e introduce il dato decisivo, il mattino, cioè una sepoltura freschissima. Per questo il «vocìo di bambini» lontano suona insostenibile: fuori ci sono voci, dentro c’è solo terra nera.
La costruzione è affidata a piccole cose concrete — le chiavi, i girasoli, il fuco, il nero — e a un ritmo irregolare, franto da enjambements e parentesi. I gruppi strofici di tre o quattro versi, con rime piane, tengono insieme un discorso che sembra parlato: «Io / cercava» isola il pronome a fine verso e adopera una forma verbale popolare, come se la ricerca faticasse a dirsi. La forza della lirica sta in questa reticenza: non racconta il lutto, lo mostra attraverso suoni e colori, lasciando che sia l’immagine finale della terra scavata a produrre il colpo. Mentre il mezzogiorno continua a scorrere, il lettore resta con quel nero sulla retina e con la domanda «Dove?» trasformata in un luogo preciso e nudo.