Un uomo cerca un bambino che chiama “il mio Placido”, smarrito, e ricorda i suoi occhi: sembravano chiedere perdono di vivere, di esistere anche lui. Arriva in un paesaggio azzurro tra monti, una selva, un castello e San Marino. In un piccolo cimitero chiuso, con lui restano solo un vecchio becchino con le chiavi e una donna, Maria, che scoppia in singhiozzo. Il bambino non ricompare: il vecchio dice soltanto “qui”, e l’uomo vede ai suoi piedi la terra nera scavata di mattina, la fossa del bambino. Il dolore non esplode: si sente nel silenzio, nel ronzio cupo di un insetto accanto a una croce, nei due girasoli, nel fruscio dei virgulti. Fuori, intanto, la vita continua: a Sogliano suona mezzogiorno, i camini fumano, arrivano voci lontane di bambini. Questo contrasto rende la scena più straziante: il mondo scorre altrove, mentre chi piange resta fermo davanti a un pezzo di terra smossa.
Placido — Riassunto
Io dissi a quel vecchio, «Dove?» Io cercava un fanciullo mio buono, smarrito: il mio Placido: mio!
Cercavo quelli occhi (... un cipresso?) co’ quali chiedeva perdono di vivere, d’esserci anch’esso.
Cercavo. Ero giunto. Era quello per certo il paese azzurrino suo: monti, una selva, un castello,
poi monti: più su, San Marino.
Nel chiuso (... una croce?) noi soli tre s’era: non c’era altro fiore che l’oro di due girasoli.
Nel chiuso non c’era altra voce, rammento, che il cupo stridore d’un fuco ronzante a una croce;
e qualche fruscìo di virgulto al passo del vecchio, che aveva le chiavi; e d’un tratto, un singulto
di lei: di Maria, che piangeva.
E in fine, guardandosi attorno, «Qui» disse quell’uomo. A Sogliano la torre sonò mezzogiorno.
Stridevano gli usci, i camini fumavano tutti: lontano s’udiva un vocìo di bambini.
E lui? «Qui» mi disse: «non vede?» Io vidi: tra il grigio becchino e noi, vidi un nero, al mio piede,
di terra ah! scavata il mattino!