Un grande rovere è stato tagliato e ha trascorso l’inverno a terra, mostrando nei suoi anelli quasi due secoli di vita. Con la primavera, dai rami spezzati spuntano nuovi germogli: l’albero, benché abbattuto, torna a illudersi di poter rinverdire. Sogna ancora il cielo azzurro, gli uccelli, i frutti, il vento e perfino i secoli a venire, dimentico delle scuri che lo hanno colpito. Davanti a questa ostinazione vitale, chi osserva non sa spiegarsi perché quel moribondo che rifiuta di morire gli faccia tanta pena. L’immagine è insieme dolce e crudele: la speranza che rinasce commuove, ma appare anche fragile, quasi illusoria, perché la pianta è ormai condannata. Ne nasce un tono malinconico, sospeso tra tenerezza per la resistenza della vita e un’ombra di compassione amara.
Speranza — Riassunto
Il gigantesco rovere abbattuto l’intero inverno giacque sulla zolla, mostrando, in cerchi, nelle sue midolla i centonovant’anni che ha vissuto.
Ma poi che Primavera ogni corolla dischiuse con le mani di velluto, dai monchi nodi qua e là rampolla e sogna ancora d’essere fronzuto.
Rampolla e sogna — immemore di scuri — l’eterna volta cerula e serena e gli ospiti canori e i frutti e l’ire
aquilonari e i secoli futuri... Non so perchè mi faccia tanta pena quel moribondo che non vuol morire!