Un piccolo vecchio lebbroso dorme in una strada di periferia, le mani sul ventre, e il sonno lo trasforma nel “re dei re”: è questa l’immagine da cui muove «Elemosina del sonno». Il titolo è già un gesto poetico: l’elemosina è un dono minimo, forse umiliante, ma per chi non possiede nulla può diventare una reggia. La poesia non racconta un risveglio, bensì il perdurare di un sogno dentro un corpo escluso. Il suo centro sta nello scarto fra la miseria visibile e una felicità grandiosa e invisibile, chiusa dentro chi sogna.
La costruzione accompagna questo scarto. I versi sono liberi e irregolari, con rime sparse e assonanze che creano una cantilena dolente: “via suburbana” e “gelsomini” accostano il margine urbano a una promessa di dolcezza; “reggia” rima con “fiammeggia”, saldando il palazzo incantato al fuoco di un “rogo”. Non è un dettaglio: la reggia del sogno non soltanto splende, ma arde, come se l’immaginazione consumasse il sognatore. L’apostrofe ripetuta “Piccolo vecchio lebbroso” unisce tenerezza e durezza: l’aggettivo “piccolo” rimpicciolisce un corpo già piegato, eppure la voce che lo chiama non è paternalistica, perché subito gli riconosce una sovranità onirica. La sintassi è fatta di esclamazioni e domande incalzanti, come una fiaba recitata a occhi chiusi: il “sogni” isolato al quinto verso sospende il discorso, prima di incoronarlo.
La prima parte dilata il sogno in un repertorio fiabesco e fastoso: “logge sul mare”, “vascelli / d’oro”, “favolosi reami”, “omaggi stupendi”. Vi entra anche un “buffone gobbo” dai campanelli d’argento, figura deforme come il sognatore, quasi un suo doppio, che narra una “originale storia sentimentale” per farlo sghignazzare “a tradimento”. Quel riso è rivelatore: anche dentro la fantasia non tutto è innocente. Il ghigno può essere subdolo, e la felicità del sogno ha qualcosa di eccessivo e precario.
Poi il tono cambia bruscamente: “Piccolo vecchio lebbroso, / non sorridere così! / L’alba grida da un’ora per la via, / Destati!”. L’alba non canta, grida: è il richiamo della realtà che irrompe. Lo sguardo esterno diventa esplicito: “taluno s’è fermato a guardare / quel tuo sorriso muto d’idiota”. La parola “idiota” è crudele, ma non è il giudizio ultimo del poeta: è il giudizio del passante, che vede soltanto un vecchio malato con un sorriso assurdo. Il testo non lo smentisce, ma nemmeno lo conferma. L’uomo seguita a sognare, “le mani sul ventre”, in una ripresa circolare che lo riconsegna alla sua immobilità.
L’ultima parola, “ignota?”, racchiude il senso. Quella “grande felicità” resta ignota a chi guarda, forse anche al lettore, forse persino a lui: non sapremo mai se sia consolazione vera o vuota allucinazione. Proprio qui sta la forza del componimento: non sceglie fra pietà e ironia, fra celebrazione del sogno e denuncia dell’illusione. La sua modernità è nell’aver guardato un emarginato non come simbolo, ma come una coscienza chiusa in un regno che nessun passante può attraversare. È una poesia crepuscolare perché abbassa lo sguardo alla strada suburbana, a un corpo piagato, a un sonno qualunque, e proprio lì scova una maestà fragile e indecidibile.