La voce che parla osserva un vecchio lebbroso addormentato in una strada di periferia, con le mani sul ventre, e si rivolge a lui immaginando il suo sogno: nel sonno il povero diventa re dei re, possiede una reggia che fiammeggia come un rogo, logge sul mare, vascelli d’oro, un buffone gobbo vestito di campanelli d’argento. L’ambiente è povero ma attraversato dal profumo dei gelsomini, e questo dettaglio rende la scena insieme squallida e dolce. Sono immagini regali ma precarie, quasi un incendio notturno: non bastano a cancellare la miseria. Il sogno è come un’elemosina: un dono piccolo e prezioso che il sonno concede a chi da sveglio non ha nulla. Ma l’alba grida da un’ora, qualcuno si è fermato a guardare quel sorriso muto d’idiota, e chi parla lo scuote con dolcezza: «Destati!». C’è tenerezza e pietà, ma anche malinconia: la grande felicità è ignota, affidata soltanto al sonno e destinata a svanire con il risveglio.
Elemosina del sonno — Riassunto
Piccolo vecchio lebbroso, tu sogni, le mani sul ventre, nell’ombra della via suburbana odorata di gelsomini, sogni che ti hanno incoronato re dei re!
È dunque la tua reggia maravigliosa, questa che fiammeggia come un rogo? Sono tue queste logge sul mare? E quei vascelli d’oro? Vengono a te da favolosi reami li omaggi stupendi?
E quel buffone gobbo, vestito di campanelli d’argento, narra a te un’originale storia sentimentale per farti sghignazzare a tradimento?
Piccolo vecchio lebbroso, non sorridere così! L’alba grida da un’ora per la via, Destati! Non vedi che taluno s’è fermato a guardare quel tuo sorriso muto d’idiota, mentre tu seguiti a sognare, le mani sul ventre, quella tua grande felicità ignota?