«Dolce mio bene, dov'eri?» L’apertura del «Sentiero» mette subito al centro un’assenza, ma non la descrive: la interroga. La voce che parla ha cercato lungo «tutt'i sentieri» portando una «ghirlandella», un’offerta piccola e fragile preparata per una «triste sorella». I diminutivi dicono già molto: non c’è un grande amore tragico, ma una tenerezza dimessa, quasi da fiaba malinconica. L’appellativo «triste sorella» sposta il legame su un piano di intimità quasi fraterna, lontano da ogni sensualità: ciò che si cerca non è un possesso, ma una compagnia nella malinconia. L’attesa, però, resta vuota. L’altra non arriva, i fiori si fanno «men vivi», alcuni cadono «a morirsene di nostalgia», finché le mani, prima «pure», non stringono che «rame oscure», rami spogli e scuri. L’idea centrale è questo rovesciamento: la ricerca amorosa conduce a un progressivo spogliarsi, e l’incontro vero può compiersi soltanto su un altro sentiero, quello della morte.
La forma accompagna il senso. I versi sono brevi, spesso legati da rime baciate che creano una cantilena quasi infantile: «sentieri» richiama «eri», «ghirlandella» si appoggia a «sorella», «venivi» a «vivi». Questa musicalità leggera rende più crudo il contenuto: chi parla ripete la stessa domanda come un bambino che si è perso. Il ritmo non è del tutto regolare, e i puntini di sospensione allungano l’attesa oltre la chiusura del verso. Le ripetizioni contano quanto le rime. «Ho chiamato per tutt'i sentieri» diventa, poco dopo, «Ho chiamato per tutti i sentieri, / ho battuto a tutte le porte...»: il movimento si allarga dai percorsi aperti agli spazi chiusi delle case, ma la risposta resta assente. Il «sentiero» è la parola-chiave che attraversa il testo: prima plurale, poi singolare nel verso conclusivo, «pe' 'l sentiero della morte». Non si tratta di un generico cammino, ma di una soglia precisa, l’unica che il protagonista non ha attraversato.
A quel punto avviene una svolta. Alla domanda «ma dov'eri tu, dunque, sperduto?» risponde una voce nuova, introdotta da un trattino e da un’interiezione: «—Oh? ma se non sei venuto / pe' 'l sentiero della morte!». L’interlocutore non è semplicemente assente: è il parlante a non essersi presentato all’appuntamento decisivo. Il testo ribalta le parti. Chi cercava credeva di essere dalla parte di chi attende e offre; in realtà è rimasto al di qua, tra i fiori che appassiscono e le porte che non si aprono. La morte, o la persona amata ormai passata dall’altra parte, si rivela una presenza che non va inseguita per i sentieri del mondo, ma attesa nell’unico punto in cui può rispondere.
L’immaginario è volutamente povero e notturno: la «ghirlandella» si riduce a «rame oscure», i fiori cadono come piccole esistenze, la nostalgia diventa una malattia che fa morire lungo la strada. È questa la cifra di Sergio Corazzini, spento a ventun anni nel 1907 e generalmente accostato al crepuscolarismo: la poesia si abbassa di tono, rinuncia ai grandi gesti, preferisce oggetti minuti e voci che sussurrano. Il «sentiero» non promette conquiste, ma una resa. Eppure proprio in questa debolezza sta la forza del componimento: il dialogo finale trasforma una cantilena d’assenza in una verità disarmante, perché la strada che il protagonista ha evitato non è un vicolo, è la morte stessa.
Tale significato non ha bisogno di essere reso esplicito in termini filosofici. Bastano la domanda ripetuta, la ghirlanda che perde i fiori, le porte chiuse e quel verso finale con il suo «Oh?» sospeso tra sorpresa e rimprovero. La poesia dice che certe assenze non si colmano con la ricerca, ma si riconoscono solo quando si accetta di percorrere fino in fondo la propria strada, anche se è il sentiero della morte.