Un paese di montagna, Toblack, si trasforma in un paesaggio dell’anima: non un luogo da cartolina, ma una condizione di perdita. Nella prima sezione Corazzini non descrive ma accumula: giovinezze erranti, portoni semichiusi, davanzali deserti, una fontana che piange «un pianto eternamente uguale / al passare di ogni funerale». I quattordici versi scorrono senza rime fisse, come un corteo; l’ultima immagine, un cielo «buono come un occhio / di madre che rincuora e benedice», non cancella la morte, la incornicia con dolcezza e la rende più assurda.
Il centro del componimento è nella seconda parte, un sonetto che dà ordine a un elenco di vuoti: «speranze perdute», «preghiere vane», «sogni infranti», «defunte primavere». La forma chiusa, con quartine a rime incrociate, mette in riga il caos dei sentimenti; poi il discorso si apre in un’apostrofe a Toblack, «terra divina» proprio perché custodisce «quanto v’ha d’irraggiungibile / e di perduto». Qui si saldano il sacro e la consunzione: campane terribili, fontane monotone, fino al verso epigrafico «Vita che piange, Morte che cammina», in cui la vita e la morte non sono opposte ma camminano insieme.
La terza sezione entra nell’ospedale. Il «tetro» edificio è «buona penitenza»: vi si apprende la morte per esperienza quotidiana. I malati, «lividi», stanno dietro «vetri lacrimosi», mentre continua a piovere; eppure li trattiene «un desiderio di convalescenza», parola che stride con la bara e con «l’ultima corsia». L’ironia più amara arriva con la chiusa: «A uno a uno Morte li prepara, / e tutti vanno verso il tetro abisso, / lungo, Speranza! la tua dolce via!». La speranza non salva: è la strada dolce che conduce all’abisso.
Nell’ultimo sonetto il poeta si rivolge all’anima. Qualcuno ha acceso i suoi «fanali malinconici» lungo gli ospedali dove la morte «miete senza posa»; dalla via della Certosa passano «funerali e funerali». Contro la «cima gloriosa» degli ideali agisce la «disperata etisia», parola antica per la tisi: anche le aspirazioni più alte si consumano come corpi malati. Alla fine resta la quiete delle bare, i giovani «morti senza sole», la pietà dei ceri accesi in corona. Il triplice «vano» dell’ultima terzina — vano lacrimare, vani sospiri, vane parole — chiude ogni possibilità di riscatto: ciò che viveva ieri è già spento.
La forza di questo testo sta nel togliere alla morte qualsiasi retorica eroica. Non ci sono gesti estremi né sublimazioni: solo campane a morto, vetri bagnati, ceri, bare. Anche il sole compie un percorso rivelatore: all’inizio è «malinconico», poi si fa «inestinguibile» sulla terra del dolore, e alla fine scompare, lasciando i giovani nella loro assenza di luce. Toblack diventa così il nome di una condizione in cui la vita sente la morte accanto, monotona come una fontana, e la speranza è il cammino più dolce e più ingannevole.