In questi versi chi parla guarda il paesaggio invernale e lo sente come un peso dell’anima. Si chiede, con tono quasi incredulo, se davvero siano esistiti il sole, le rose, la giovinezza, la gloria, l’amore. La risposta è amara: forse quelle cose appartengono soltanto a un passato remotissimo, ai tempi di Omero e di Valmichi, ormai irrecuperabile. Oggi, dice, il sole non c’è più. La nebbia sporca dell’inverno che avvolge chi parla non è semplice brutto tempo: è la cenere di un mondo che forse un giorno fu vivo. Domina un senso di stanchezza, di vuoto e di disincanto: la stagione fredda diventa l’immagine di un’esistenza spenta, in cui desiderio e speranza sembrano ridotti a cenere. Il tono sospeso della domanda lascia però una traccia di malinconia, come un rimpianto per qualcosa che non si sa se sia mai davvero esistito.
Tedio invernale — Riassunto
Ma ci fu dunque un giorno Su questa terra il sole? Ci fur rose e vïole, Luce, sorriso, ardor?
Ma ci fu dunque un giorno La dolce giovinezza, La gloria e la bellezza, Fede, virtude, amor?
Ciò forse avvenne a i tempi D’Omero e di Valmichi: Ma quei son tempi antichi, Il sole or non è piú.
E questa ov’io m’avvolgo Nebbia di verno immondo È il cenere d’un mondo Che forse un giorno fu.