Alle soglie — Analisi della poesia

Guido GozzanoContemplative

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto, mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori sovente qualcuno che picchia, che picchia.... Sono i dottori.

Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni, m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro.

E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo? Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli....

«Appena un lieve sussurro all’apice.... qui.... la clavicola....» E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.

«Nutrirsi.... non fare più versi... nessuna notte più insonne.... non più sigarette.... non donne.... tentare bei cieli più tersi:

Nervi.... Rapallo.... San Remo.... cacciare la malinconia; e se permette faremo qualche radioscopia....»

O cuore non forse che avvisi solcarti, con grande paura, la casa ben chiusa ed oscura, di gelidi raggi improvvisi?

Un fluido investe il torace, frugando il men peggio e il peggiore, trascorre, e senza dolore disegna su sfondo di brace

e l’ossa e gli organi grami, al modo che un lampo nel fosco disegna il profilo d’un bosco, coi minimi intrichi dei rami.

E vedon chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo? Sorriderei quasi, se dopo non fosse mestieri pagarli.

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto, mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

mio cuore dubito forte - ma per te solo m’accora - che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.

(Dall’uomo: chè l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo le danno un nome, che, credo, esprima una cosa non tetra)

È una Signora vestita di nulla e che non ha forma. Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

Tu senti un benessere come un incubo senza dolori; ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano; nè più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio, sereno come uno sposo e placido come un novizio.

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Fin dal titolo, «Alle soglie» colloca il lettore in uno spazio di passaggio: tra la vita e la morte, tra il corpo malato e la diagnosi, tra il sorriso e la paura. Guido Gozzano costruisce un monologo in cui l’io parlante si rivolge al proprio cuore, trasformato in un «monello giocondo» che ride anche nel pianto ed è felice di esistere. Il tono, apparentemente leggero, è attraversato da una domanda radicale: come si guarda alla morte quando la si sente avvicinare, e come la poesia può nominarla senza retorica?

La scena è quella di una visita medica. I dottori «picchiano», auscultano con gli «ordegni», disegnano con una «matita ridicola» un «circolo azzurro» sulla clavicola. La precisione del lessico clinico — sussurro, apice, clavicola, radioscopia — viene svuotata dal registro ironico: quei medici sono «vecchi saputi» che cercano «chi sa quali tarli», e l’unica cosa che il poeta vorrebbe fare è sorridere, se non fosse che «bisognasse pagarli». Gozzano abbassa la paura al livello del fastidio quotidiano, ma proprio in questo abbassamento si insinua il tema profondo.

Il momento più intenso è la radiografia. I raggi sono «gelidi raggi improvvisi» che frugano il torace «senza dolore» e disegnano su uno «sfondo di brace» le ossa e gli «organi grami», come un lampo nel buio disegna il profilo di un bosco con i suoi rami più intricati. È un’immagine insieme scientifica e visionaria: la tecnica medica diventa un paesaggio notturno, e il corpo diventa una selva fragile che la luce attraversa e rivela. La similitudine del lampo e del bosco è una delle chiavi della poesia: ciò che la macchina mostra non è solo la malattia, ma la trama segreta del vivente, la sua esposizione a uno sguardo che non consola.

La seconda parte vira verso la personificazione della morte. Il poeta confessa di temere «quella Signora dall’uomo detta la Morte», ma corregge subito: per l’acqua, la pietra, l’erba, l’insetto e l’aedo quel nome esprime «una cosa non tetra». La Morte è una «Signora vestita di nulla e che non ha forma», che protende le dita su tutto e trasforma ciò che tocca. Non è uno scheletro tragico, ma una presenza quasi familiare eppure inquietante, perché il suo tocco non produce dolore: dà un benessere simile a un «incubo senza dolori», e ci si sveglia cambiati «nel volto nel pelo nel nome». In questo risveglio si perde anche la memoria dei colloqui con «guidogozzano», scritto tutto unito e minuscolo come una firma cancellata: il nome proprio diventa l’ultima cosa che la morte disfa, insieme all’identità.

Formalmente il testo procede per versi lunghi e cantilenanti, con rime spesso baciate, talvolta imperfette o giocate su assonanze, che danno un ritmo di filastrocca malinconica. Il lessico mescola il parlato («pagarlo», «ordegni», «non più sigarette») a una solennità da fiaba («la casa ben chiusa ed oscura», «sereno come uno sposo»). Questo impasto è il cuore della poetica gozzaniana: la grande materia della morte viene accolta in un tono minore, ironico e colloquiale, senza mai perdere il tremore.

La chiusura è altrettanto significativa. Il cuore deve tacere, perché l’io resta «al supplizio» con una serenità insieme stoica e ironica, «come uno sposo» e «come un novizio». Sono immagini di attesa e di consacrazione, ma accostate al corpo corroso e alla paura producono un effetto ambiguo: la calma non è una conquista eroica, è la posa di chi ha imparato a guardare la soglia senza voltarsi. La poesia non nega la morte, non la sublima: la rende una signora discreta, vestita di nulla, che si avvicina mentre il cuore monello vorrebbe ancora ridere.

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