Chi parla si rivolge al proprio cuore come a un bambino che, nonostante tutto, è felice di esistere. Ma questo cuore è malato: i medici bussano, ascoltano, disegnano cerchi azzurri sul petto e prescrivono rinunce — niente versi, niente sigarette, niente donne, solo riposo e radioscopie. La voce resta ironica e leggera, ma l’immagine dei raggi che attraversano il torace apre una visione più inquieta: come un lampo nel buio, la lastra svela ossa e organi fragili, ed è lì che tutto si fa serio. Da quel punto nasce il pensiero della morte, presentata non come scheletro, ma come una “Signora” senza forma, che tocca e trasforma ogni cosa. Il tono è insieme sorridente e malinconico: dietro lo scherzo si sente la paura, eppure la voce chiede al cuore di tacere, restando serena come uno sposo o un novizio.
Alle soglie — Riassunto
Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto, mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,
pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori sovente qualcuno che picchia, che picchia.... Sono i dottori.
Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni, m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro.
E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo? Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli....
«Appena un lieve sussurro all’apice.... qui.... la clavicola....» E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.
«Nutrirsi.... non fare più versi... nessuna notte più insonne.... non più sigarette.... non donne.... tentare bei cieli più tersi:
Nervi.... Rapallo.... San Remo.... cacciare la malinconia; e se permette faremo qualche radioscopia....»
O cuore non forse che avvisi solcarti, con grande paura, la casa ben chiusa ed oscura, di gelidi raggi improvvisi?
Un fluido investe il torace, frugando il men peggio e il peggiore, trascorre, e senza dolore disegna su sfondo di brace
e l’ossa e gli organi grami, al modo che un lampo nel fosco disegna il profilo d’un bosco, coi minimi intrichi dei rami.
E vedon chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo? Sorriderei quasi, se dopo non fosse mestieri pagarli.
Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto, mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,
mio cuore dubito forte - ma per te solo m’accora - che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.
(Dall’uomo: chè l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo le danno un nome, che, credo, esprima una cosa non tetra)
È una Signora vestita di nulla e che non ha forma. Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.
Tu senti un benessere come un incubo senza dolori; ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.
Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano; nè più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.
Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio, sereno come uno sposo e placido come un novizio.