Non fu l’Amore, no. L’esordio del Buon compagno ha già il tono di una sentenza, non di un rimpianto. Guido Gozzano mette in scena un bilancio di coppia: ciò che i due hanno vissuto non è stato amore, ma un impulso dei «sensi / curiosi di noi», nati per il «culto / del sogno». L’atto fisico, «rapido, inconsulto», era sembrato una «fonte di misteri immensi»; poi, spento l’ultimo bacio, non è rimasto che un «arido singulto», il singhiozzo secco di una donna già lontana, «perduta nei capelli densi». L’idea centrale è affidata a un verso quasi proverbiale: «Amor non lega troppo eguali tempre». Due persone troppo simili, entrambe consumate dal sogno e dal pensiero, non possono incontrarsi davvero: il loro tentativo di accostare i cuori è vano. Da questa consapevolezza nasce, invece della disperazione, una proposta di sopravvivenza affettiva: «Scenda l’oblio», si prosegua «più forti pel sentiero», come compagni e alleati.
La forma scelta è quella del sonetto, con due quartine e due terzine che riprendono le stesse rime. È una scelta significativa: il sonetto è per tradizione il contenitore della lirica amorosa, ma qui viene usato per dichiarare la fine dell’amore. Il ritmo è franto da inarcature e pause interne: «i sensi / curiosi», «il culto / del sogno», «spensi / l’ultimo bacio», «i nostri cuori / già riarsi». Queste sospensioni rendono il ragionamento lento, come se chi parla continuasse a tornare sulle proprie parole. Nei primi otto versi domina il passato e la rievocazione; nel sestetto prevale invece il presente dell’imperativo e il futuro: scenda, si prosegua. Le rime delle terzine, come pensiero/sentiero e tempre/sempre, disegnano il movimento dal bilancio alla decisione, dalla memoria alla strada da percorrere insieme.
Le immagini costruiscono un contrasto tra pienezza apparente e aridità reale. Il lessico religioso del «culto», della «fonte» e dei «misteri» dà al desiderio un’altezza che subito si sgonfia: dopo il bacio, il suono che resta è «arido», non pianto, non parola. I cuori sono «riarsi», bruciati dal sogno e dal pensiero, cioè già secchi prima ancora di toccarsi. La donna non è descritta: è «perduta nei capelli densi», figura sfuggente, come se la sensualità stessa la nascondesse invece di rivelarla. La parola «Amore» compare con l’iniziale maiuscola, isolata e negata, mentre «sensi» è minuscolo, concreto; alla fine il vocabolario cambia: «oblio», «languori», «sentiero», «compagni ed alleati». L’ultimo vocabolo, «sempre», è staccato dai due punti e suona insieme solenne e fragile: è un impegno, ma nasce da una rinuncia.
Il buon compagno è significativo perché rovescia le attese della poesia d’amore. Non c’è né un’idealizzazione della donna né un lamento straziante; c’è piuttosto una lucidità crepuscolare, che abbassa la passione a fatto dei sensi e ne osserva le ceneri con ironia. Il titolo stesso indica il ruolo che l’io accetta: non amante, ma alleato. In questo patto razionale, però, resta una malinconia sotterranea: la parola «amore» è stata cancellata, ma l’ultimo «sempre» cerca di riempire il vuoto con una promessa più modesta.