Un uomo che si sente al tramonto guarda un adolescente dalle spalle quadre e dal busto robusto, e non lo invidia: lo elegge. Il giovane irride il suo declino con chiari occhi sereni, sdegna i pensieri torpidi, gli studi vani, i freni, tempra il corpo in cimenti rudi. È il più atto: il più adatto alla vita, non il più sapiente né il più buono. Il titolo suona come un verdetto della specie, una selezione affidata alla forza e alla giovinezza. La voce che parla si descrive invece come un ramo spoglio sullo stesso fusto. Da questo confronto asimmetrico nasce non una ribellione, ma una resa pacata: la vita passi a lui.
Le quattro quartine di endecasillabi a rima incrociata, con schema ABBA, creano un ritmo chiuso e solenne, quasi liturgico. Le rime legano parole lontane: busto e robusto stringono la compagine fisica del giovane; sereni e freni accostano la calma dello sguardo al controllo che il vecchio conosce; fui e altrui, bui e lui preparano il trasferimento finale. Anche le sospensioni contano: i puntini dopo «lo strazio del Nulla....» e dopo «Sorrido al mio fratello....» aprono due pause, come se la voce dovesse prendere fiato prima di compiere il gesto definitivo.
Il cuore dell’immaginario è vegetale. Su uno stesso tronco crescono già il ramo nuovo e il ramo spoglio, e la Morte è chiamata in causa con il tu: «Morte che sopravvieni». La Natura viene proclamata giusta, e la sua giustizia si esprime attraverso un elenco concreto di beni: «A lui vada la vita! A lui le rose, i beni, / le donne ed i piaceri!». Sono oggetti semplici, quasi materiali, come se la felicità si potesse passare di mano. La formula «Madre Natura è giusto», con quel giusto non accordato al femminile, suona impersonale, quasi più naturale che morale. Non compare un Dio consolatore, né un premio ultraterreno: c’è una selezione naturale, un passaggio di testimone accettato senza maledizioni.
Il passaggio decisivo avviene nella terza quartina. Il verso «Ed egli sia quell’uno felice ch’io non fui!» comprime il rimpianto e lo trasforma in speranza proiettata sull’altro. Il parlante non chiede di tornare giovane, ma di potersi rispecchiare in una vita piena. La sola dolcezza contro lo «strazio del Nulla» è «rivivere in altrui», formula in cui la parola altrui toglie il centro all’io ma non lo annulla del tutto. Sulle «soglie del Tempo e dello Spazio», dimensioni astratte e solenni, la voce colloca il proprio destino in un orizzonte quasi cosmico, ma l’immagine resta terrena, affidata alla coppa e al sorriso.
L’ultima quartina scioglie il nodo. Alla Morte il parlante garantisce: «Senza querele, o Morte, discendo ai regni bui»; alla Vita, nel verso successivo, dice grazie. Il parallelismo è perfetto: non un lamento, ma un congedo doppio. L’aggettivo «sazio» è decisivo: chi cede la coppa non è più affamato di vita, è appagato, stanco senza rancore. Il verso finale, «E già mi sento lui», è il più ambiguo e il più intenso: la distanza tra il ramo spoglio e il ramo nuovo si annulla, e il gesto di cedere la coppa coincide con un’identificazione improvvisa. La poesia appare così significativa perché trasforma la rinuncia in una forma di continuità: non si sopravvive nella memoria, ma nel corpo giovane che prende il nostro posto, e perfino il declino può essere attraversato con un sorriso.