Una mela lucida e perfetta sta chiusa fra le dieci dita di un bambino. Potrebbe essere una scena minima, da interno domestico; invece l’attimo si dilata, perché lo sguardo assaggia il frutto prima della bocca. Il titolo «Parabola» annuncia che il quadretto ha un valore esemplare: quel che conta non è la mela, ma il modo di guardarla e morderla.
La poesia è un sonetto in endecasillabi, con rime ABBA ABBA nelle quartine e CDE CDE nelle terzine. La forma chiusa e simmetrica dà solennità ironica a un gesto minuscolo. Nelle quartine la voce si sofferma sull’attesa: il bambino «indugia», trattiene la mela «fra le dieci dita», come se la lucentezza del frutto valesse più del suo sapore. L’inciso tra i trattini — «tanto è lucida e perfetta» — rallenta il ritmo e imita il tempo sospeso prima del morso. Poi un’accelerazione improvvisa: «Ma dato il morso primo ecco s’affretta». Da quel momento ogni boccone pare poco, perché l’occhio è già sul morso successivo; ciò che si mastica risulta «cosa scipìta», insipida, mentre lo sguardo insegue il punto che verrà.
Qui sta il cuore della parabola. Il bimbo non smette di mordere, ma «ad ogni morso / sempre è lo sguardo che precede il dente». La ripetizione di «morso» scandisce il consumo rapido; l’avverbio «sempre» toglie ogni eccezione. Non è la gola a divorare la mela, è la fretta dello sguardo. Il frutto, da «bella» e «lucida», diventa in pochi versi un «torso» già toccato dalla mano: il torsolo arriva senza che la bocca abbia davvero goduto. La parola «torso» è quasi corporea, trasforma la mela in un corpo svuotato; e il primo morso era stato chiamato, con iperbole, «gran ferita», come se l’atto di addentare avesse più peso del piacere che dovrebbe procurare.
Il finale rende esplicito il senso. Il pensiero del bambino compare in discorso diretto: «Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!». Poi la voce narrante commenta: «Le pupille intente / ogni piacere tolsero alla bocca». L’occhio, proteso in avanti, ha rubato il sapore alla bocca. Non c’è una morale predicata: c’è una constatazione arrivata troppo tardi, quando il frutto è già finito. Il paradosso è nitido: più si guarda al futuro, meno si assapora il presente. L’attesa, che all’inizio poteva sembrare un modo per custodire la bellezza, si rivela una distrazione dal piacere.
La forza di Gozzano sta proprio in questo: un episodio quotidiano e quasi infantile diventa una riflessione malinconica sul desiderio, sul tempo e sul rimpianto. La mela non è un simbolo grandioso; è una mela vera, con il suo torsolo e la sua buccia. Eppure assume il valore di una piccola allegoria dell’esistere, perché anche l’adulto guarda spesso il morso che verrà e scopre di non avere sentito quasi il gusto. La precisione delle parole — «lucida», «scipìta», «intente» — e il contrasto fra la compostezza del sonetto e la banalità del soggetto mostrano una poesia che non ha bisogno di temi alti per toccare una verità comune. La parabola si chiude con un sorriso trattenuto e una punta di amarezza: il piacere, inseguito con gli occhi, si consuma prima ancora di essere vissuto.