Nel ricordo di una sera torinese, tra il «tetro Palazzo Madama» e Piazza Castello, Guido Gozzano non rievoca una storia compiuta: ascolta una domanda che torna. L’inizio è già un’atmosfera sospesa: «O il tetro Palazzo Madama... / la sera... la folla che imbruna...». I puntini rallentano la visione; la folla che imbruna è anche il passato che si oscura. La donna che lo ama è detta due volte «la povera cosa», formula ambigua che unisce tenerezza e distanza: è fragile, eppure è anche un piccolo oggetto. Subito però la voce prende il sopravvento: «Che cosa t’ho fatto / di male per farmi così?». Non un racconto del rimorso, ma il rimorso stesso che parla.
La costruzione alterna sestine narrative a quartine in cui risuona quella voce. Le sestine intrecciano tre rime replicate a distanza; le quartine seguono rime alternate e ogni volta precipitano sul «così» finale, come su un punto dolente. Il ritmo è rotto da puntini, inarcature e ripetizioni: la memoria avanza per lampi, non per racconto lineare. Il discorso diretto irrompe senza preparazione, come se la donna fosse ancora lì sotto le arcate dell’androne. Anche il suo «O Guido» ha un doppio timbro: chiama per nome e al tempo stesso accusa. La scansione irregolare toglie solennità al verso: più che una confessione lirica, è un dialogo interiore che non si compone.
Il lessico è minuto e invernale: il «bel manicotto / adorno di mammole doppie», il «noto profumo disfatto / di mammole e di petit-gris», la veletta che si alza, il gelo che sferza il viso. Sono oggetti fragili e profumi che si sfanno, eppure non svaniscono: la parola «disfatto» riappare nel finale, quando il poeta sente la voce piangere nel «cuore disfatto». La donna è fissata in una doppia immagine: è «la povera cosa che m’ama», ma è anche simile a una «piccola attrice famosa». Il paragone torna due volte, quasi a fissarla in una parte che non ha scelto; il poeta la guarda da spettatore, non da amante. Proprio questo sguardo estetizzante è parte della colpa. Lei chiede conto di un «così» che non viene mai spiegato: non un singolo torto, ma la freddezza, la fuga, il modo di essere stato altrove. L’occhio «azzurro pervinca» e il «piccolo corpo» rendono la scena concreta, ma la figura resta assediata dalla domanda.
Il poeta confessa un «cattivo sorriso» e insieme si difende: «eppure non sono cattivo, / non sono cattivo». La ripetizione è quasi un tentativo di convincersi, mentre le «giovani gaie» passano come un’altra vita possibile. Al centro sta una preghiera al tempo: «Il tempo che vince non vinca / la voce con che mi rimordi». Non chiede di dimenticare, ma che la voce del rimorso non venga cancellata; è l’unico segno di coscienza, l’unico modo per restare fedeli a chi si è ferito. Il gelo della piazza, le rotaie, le coppie sotto le arcate sono il mondo reale che continua a scorrere indifferente alla ferita.
Il testo conta perché trasforma un episodio minimo in un tribunale interiore. Non offre catarsi né assoluzione: alla domanda della donna non c’è risposta, solo la ripetizione. Gozzano porta il senso di colpa dentro un paesaggio urbano reale, senza eroismi e senza retorica. La voce che rimorde non è un ricordo consolante: è il presente che non passa.