Il poeta rievoca una sera davanti al tetro Palazzo Madama: tra la folla che scurisce rivede una figura fragile, una «povera cosa» che lo ama e somiglia a una piccola attrice famosa. Ricorda la sua domanda ripetuta con voce appena udibile: «Che cosa t’ho fatto di male per farmi così?». La scena si fa concreta e malinconica: l’androne con le coppie, il manicotto caduto, il profumo di mammole e di pelliccia, la piazza gelida. L’uomo non risponde; ha un «cattivo sorriso», ma dentro sente quella voce che lo rimorde. Il rimorso nasce proprio dal contrasto: sa di averla ferita, si dice di non essere cattivo, eppure non riesce a liberarsi dal senso di colpa. Domina un’atmosfera crepuscolare, elegante e triste, sospesa tra tenerezza e crudeltà.
Un rimorso — Riassunto
O il tetro Palazzo Madama... la sera... la folla che imbruna... Rivedo la povera cosa,
la povera cosa che m’ama: la tanto simile ad una piccola attrice famosa.
Ricordo. Sul labbro contratto la voce a pena s’udì: «O Guido! Che cosa t’ho fatto di male per farmi così?»
Sperando che fosse deserto varcammo l’androne, ma sotto le arcate sostavano coppie
d’amanti... Fuggimmo all’aperto: le cadde il bel manicotto adorno di mammole doppie.
O noto profumo disfatto di mammole e di petit-gris... «Ma Guido, che cosa t’ho fatto di male per farmi così?»
Il tempo che vince non vinca la voce con che mi rimordi, o bionda povera cosa!
Nell’occhio azzurro pervinca, nel piccolo corpo ricordi la piccola attrice famosa...
Alzò la veletta. S’udì (o misera tanto nell’atto!) ancora: «Che male t’ho fatto, o Guido, per farmi così?»
Varcammo di tra le rotaie la Piazza Castello, nel viso sferzati dal gelo più vivo.
Passavano giovani gaie... Avevo un cattivo sorriso: eppure non sono cattivo,
non sono cattivo, se qui mi piange nel cuore disfatto la voce: «Che male t’ho fatto, o Guido per farmi così?»