Un bacio, e subito la figura amata si allontana lungo la strada boschiva che pare «un gran corridoio nel verde». La poesia si apre su un congedo, ma non si ferma alla perdita: risalendo al balcone, la voce che parla rivede «l’uncino, i romanzi / ed ogni sottile vestigio». Sono tracce minime, oggetti consueti che basterebbero a preparare una scena di nostalgia. E invece la terza quartina rovescia l’attesa: «E non sono triste. Non sono / più triste. Ritorna stasera.» L’assenza, qui, non è vuoto: è uno spazio già abitato dal ritorno promesso.
La costruzione segue questo movimento. Otto quartine a rima alternata, con versi brevi e cadenzati, accompagnano il trapasso dal racconto intimo alla contemplazione del paesaggio. Le rime non sono preziose, ma legano suoni quotidiani: «Dispare» richiama «pare», «grigio» risponde a «vestigio». L’enjambement «Non sono / più triste» spezza la frase, come se la voce si correggesse, trovando una verità più leggera. I puntini di sospensione contribuiscono a non chiudere mai del tutto le strofe, lasciando l’immagine sospesa.
Da lì lo sguardo si apre. Il giardino d’estate entra in scena con colori e presenze esatte: il «geranio vermiglio», un «enorme Papilio» che freme con le ali caudate, l’azzurro «come una seta ben tesa». La similitudine della seta unisce morbidezza e tensione: il cielo limpido diventa una superficie che pare sul punto di vibrare. La luna «già pensa al ritorno», un’umanizzazione delicata che duplica il ritorno umano annunciato due strofe prima. Poi il paesaggio si raccoglie attorno allo stagno: la rana tace, ma un lampo attraversa la quiete, «d’acceso smeraldo, di brace / azzurra»: è il martin pescatore, colto come una pura apparizione cromatica, tra verde e blu.
A questo punto la voce ripete di non essere triste, ma introduce un sentimento nuovo: «Ma sono / stupito se guardo il giardino». L’interrogativo «stupito di che?» resta sospeso, quasi un balbettio, e la risposta è insieme semplice e misteriosa: «Delle cose». Il mondo non è cambiato: «ci sono pur sempre le rose, / ci sono pur sempre i gerani». Eppure i fiori «paiono strani». L’espressione «pur sempre» è decisiva: la continuità delle cose diventa motivo di meraviglia, non di noia. L’attesa amorosa ha restituito alla voce uno sguardo infantile, capace di vedere il consueto come se fosse nuovo. Non è regressione sentimentale, ma un modo più nudo di stare davanti al reale: manca la persona amata, e proprio per questo ogni dettaglio del giardino si accende di evidenza.
La forza del testo sta in questo ribaltamento. Di solito l’assenza è mancanza, lutto, sospensione dolorosa; qui diventa una condizione percettiva. Il titolo «L’assenza» non promette un lamento, ma un’esperienza: il vuoto della partenza è riempito non da rimpianto, ma da una presenza più intensa delle cose. La scena resta quotidiana e antiretorica, tra balconi, romanzi, gerani e stagni; eppure il linguaggio si accende di parole esatte come «vestigio», «Papilio», «smeraldo», «brace azzurra». Gozzano non trasforma il giardino in un simbolo, non lo idealizza: lo osserva con precisione, e in questa precisione trova una felicità strana e sospesa.
Per un lettore che incontra questi versi, il significato è limpido: attendere qualcuno può rendere il presente più acuto, non più povero. La poesia non nega la tristezza, la oltrepassa con una maturità che si presenta come infanzia ritrovata. L’io può dire «non mi sono / sentito mai tanto bambino» proprio nel momento in cui accetta l’assenza, perché l’assenza, quando è attesa, insegna a guardare.